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Stremati e preoccupati

NON CE LA FARÀ a centrare l’obiettivo di lasciare l’Italia con uno spread, il termometro che misura la febbre della crisi di un paese, dimezzato rispetto a quando s’insediò a Palazzo Chigi. Mario Monti, il professore emblema della tecnocrazia italiana, ha dato forfait nel giorno dell’Immacolata. Per non farsi impallinare nel Vietnam promesso dal Pdl sugli ultimi provvedimenti del suo esecutivo e per evitare all’Italia l’agonia prolungata di una campagna elettorale che si preannuncia difficile. E perché non sarebbe riuscito, nell’ultimo scampolo di legislatura, a completare la gran mole di provvedimenti approvati dal suo esecutivo.

L’anno di vita (appena abbondante) del governo dei tecnici verrà ricordato per la miriade di provvedimenti che ambivano anzitutto a mettere in sicurezza i conti dello Stato e a creare una nicchia di salvaguardia per l’Italia aggredita dalla speculazione finanziaria e dalla delusione degli investitori.  Il 16 novembre 2011, quando Napolitano nominò l’esecutivo, pesava l’eredità berlusconiana del differenziale di rendimento tra titoli di Stato. Lo spread, che diverrà un termine sinistro di uso corrente, svettava sopra i 500 punti e il Belpaese era visto dall’Europa come una mina vagante, colpa del debito accumulato nei decenni.
Il Monti salvatore ottenne una larghissima fiducia in parlamento, con un programma d’emergenza. Pressato dalla necessità e dal compito complicato di fronteggiare le conseguenze di quattro lustri di mancate riforme, l’esecutivo dei tecnici si accampò sotto tre piloni: rigore, crescita, equità. E sotto le tre colonne montiane i partiti schierarono le loro truppe a difesa del Piave finanziario dell’Italia attaccata sui mercati internazionali. Due obiettivi su tre sono stati falliti, dopo sette riforme e 48 fiducie concesse dal parlamento.

Spesso le buone intenzioni (e lo scarso coraggio) sono naufragate nei riti contorti della vecchia politica e dei suoi privilegi. Così l’inasprimento della pressione fiscale e il rialzo delle accise rischia di soffocare l’intero sistema Italia. Le manovre, fatte soprattutto di nuove entrate ma pochi tagli alla spesa, non hanno avuto un effetto significativo sul debito dello Stato. E hanno approfondito la recessione. La disoccupazione è al record del decennio.
Certo, oggi è facile e forse ingeneroso addebitare al premier e alla sua squadra i contraccolpi di una crisi che sta stremando il meridione dell’Europa e innescando conflitti tra i paesi della moneta unica. Ma in fatto di equità, il governo è rimasto molto lontano dagli enunciati sui temi dell’adeguamento europeo delle indennità parlamentari, del taglio delle auto blu o del disboscamento delle governance delle ex municipalizzate, dove proliferano le clientele dei potentati politici. Sembra abortita perfino la timida riduzione delle Province, mentre si sono moltiplicati i supercommissari (Bondi, Giavazzi, Amato) in ausilio dei ministri, tecnici in aiuto di tecnici che, alla fine, hanno prodotto poco oppure sono stati poco ascoltati.
Il dispendioso lavorio governativo-parlamentare ha sì prodotto molte norme ma latitano i regolamenti, dunque la concreta efficacia: stando agli ultimi dati sono 35 su 90 i provvedimenti attuativi emanati del Salva-Italia, il Cresci-Italia è fermo a 16 su 45, la Semplificazione a 6 su 47, la Semplificazione fiscale sale a 8 su 30. La tanto tormentata riforma del lavoro vive su 4 provvedimenti emanati sui 23 previsti, e pure contestati. La Spending è ferma a 13 su 111, lo Sviluppo a 8 su 81.

 
Prima dell’addio (o dell’arrivederci) a palazzo Chigi il premier confida di completare l’iter della legge di Stabilità e forse anche del provvedimento sull’Ilva, decisivo per un intero settore. Il «Monti I» sarà dunque archiviato per l’improvvisa riforma delle pensioni, bagnata dalle lacrime del ministro Fornero e da quelle di tanti esodati, e da legge sul lavoro contestata da fronti opposti. Per il recupero di credibilità internazionale e gli insegnamenti di economia alla Merkel. Per l’aplomb e le gaffe, fino alle lezioni sul sistema Italia agli investitori della City e di Wall Street. «Ho preferito parlare subito, a mercati chiusi» ha confidato sabato il professore, a pochi intimi. Oggi il giudizio delle Borse sarà sotto gli occhi di tutti: se lo spread subirà impennate devastanti, come qualcuno teme, rischia di dissolversi anche l’ultimo degli obiettivi del professore, quello dei conti in sicurezza. Mettendo in pericolo il risultato di un anno di sacrifici degli italiani.