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La tempesta imperfetta

PUBBLICATO SU QN QUESTA MATTINA

 

Roma, 11 dicembre 2012 – Che ai mercati non piacesse l’ultimo Berlusconi fu lo stesso Cavaliere a farlo notare ai tempi della sua uscita da Palazzo Chigi. Che abbiano preso male le annunciate dimissioni di Mario Monti è un fatto. Almeno questo suggerisce, a una lettura superficiale, la nervosa giornata di ieri in Borsa e sul mercato dei titoli di Stato. Fermarsi qui, però, rischia di essere uno sguardo sciocco al dito mentre il saggio indica la luna. «Non drammatizziamo», invita il professor Monti mentre, al contempo, si guarda bene dal chiarire se sarà o no della prossima partita. E allora, accolto l’invito, andiamo per punti. Primo: quello che sta accadendo non è che il breve anticipo di una conclusione scontata della legislatura. Fin dai tempi dell’insediamento, infatti, era noto a tutti che il governo tecnico sarebbe durato un anno, un anno e mezzo, e non di più. Poi sarebbe tornata la politica, esattamente come sta accadendo ora. È questo che temono i mercati? Lo scenario dovrebbe essere stato scontato da tempo. Se così non fosse significherebbe che per calmare lo spread bisognerebbe abolire la democrazia. Eccessivo: tanto varrebbe mettere sulle schede elettorali Btp, Bund, Mib e Spread anziché le sigle dei partiti.

 se si prevede che Berlusconi perda le elezioni, cosa temono in Borsa? La vittoria di Pier Luigi Bersani e del centrosinistra? Poco credibile.
E allora? Il meno 2,2% della Borsa di Milano e una trentina di punti in più di spread non sono un abisso, ma una correzione di rotta dettata certamente dagli avvenimenti politici ma anche da emotività, prese di profitto e speculazione a ridosso, tra l’altro, alla discesa dello spread sotto i 300 punti, poche settimane fa. Il fatto che altri listini non abbiano subito la stessa sorte dimostra che non esiste una preoccupazione per la tenuta dell’euro. Non è escluso che possa esserci un’inversione di rotta nei prossimi giorni. Rispetto all’anno scorso, tra l’altro, la quota del debito pubblico italiano in mano agli investitori esteri è scesa, mentre è salita quella detenuta nel nostro Paese. E’ una valvola di sicurezza che si aggiunge alla legge di stabilità che la strana maggioranza ha garantito.

La stessa UEè cambiata: il salva spread creato da Mario Draghi e dalla Bce, per esempio, è un bazooka anti speculazione che un anno fa non esisteva. Siamo, dunque, di fronte a una tempesta in un bicchier d’acqua? Crederci sarebbe sbagliato quanto drammatizzare. I mercati sono popolati da gnomi pragmatici e venali: il loro mestiere è dare un prezzo alle cose e alle attività degli uomini per trarne guadagno nel delicatissimo equilibrio tra domanda e offerta. Lo fanno per guadagnare anche in maniera spericolata, non agiscono mai ad personam (Berlusconi piuttosto di Monti o Bersani), valutano — come chiunque investa i propri risparmi — i rischi: quel titolo salirà o scenderà? La società o lo Stato dei quali compro il debito mi ripagherà?

E si arriva, così, all’ultimo punto. I timori dei mercati sono ragionevolmente due: il primo è legato all’instabilità politica, al vuoto di potere, all’ingovernabilità che potrebbe uscire dalle prossime elezioni. Il secondo è l’abbandono della cosiddetta agenda Monti. Che significa soltanto la condivisione di obiettivi quali il rispetto degli impegni, il taglio del debito pubblico, le riforme, la tenuta dei conti, la crescita, l’Europa (non necessariamente quella di oggi) come riferimento e la vista lunga. Il rispetto degli obiettivi, però, non obbliga nessuno a perseguirne il raggiungimento con le stesse ricette seguite dal governo tecnico.