Gli esperti a Monti: alla larga dagli amici
Alla larga dai tavoli affollati, dai palchi dei comizi, dalle foto di gruppo. Alla larga dagli amici, in fondo. Claudio Velardi, professionista della comunicazione politica e già spin doctor di D’Alema, non ha dubbi: «Mario Monti dovrà riuscire a rimanere al di sopra dello schieramento che lo sostiene e fuori dalla mischia politica. Dovesse uscire una foto di lui assieme a Casini, Fini, Pisanu, Montezemolo… sarebbe la fine. Ci manca solo la versione centrista dell’ammucchiata prodiana!». Il rischio è reale, e secondo Mario Rodriguez non sarà facile aggirarlo. Per il consulente e docente di comunicazione politica «Monti è il suo loden, l’uomo tranquillo a passeggio con la moglie. Ha un enorme patrimonio di credibilità, ma a qualunque personaggio o prodotto politico si dovesse accostare ne perderebbe una buona parte». Finirebbe così la favola del professore prestato alle istituzioni. «Chi, oggi, lo rispetta — prosegue Rodriguez — faticherà ad accettare l’idea che si metta assieme a un personaggio della vecchia politica come Casini o ad un uomo che viene comunque percepito come espressione dell’establishment, cioè dei privilegi e delle tutele, come Montezemolo».
Per il sondaggista nicola Piepoli, Monti «dovrà essere il più possibile se stesso». Per renato Mannheimer, farà bene a «cercare di avere un po’ più di empatia con gli elettori». Per Velardi, «lo stile british va bene, ma è un po’ troppo di nicchia», perciò auspica che Monti «ritrovi il gusto per la battutina ad effetto che lo caratterizzò all’inizio del suo governo».
Ma quanto vale, oggi, Mario Monti? Secondo Piepoli «un milione di voti, cioè il 4%». Secondo Mannheimer «dal 4 al 5». Le stime concordano, è questo dunque il patrimonio elettorale che, se si votasse domani, il Professore porterà in dote ai suoi sostenitori. E tutti assieme a giudizio di Mannheimer oscillano tra il 10 e il 15%, «ma poiché gli indecisi sono molti, con una buona strategia comunicativa i montiani potrebbero tranquillamente superare il 20». Per farne cosa? Gli esperti non hanno dubbi: per mettere sotto tutela il vincitore predestinato, Bersani. Pare dunque che, nella migliore delle ipotesi, il grande Monti sia destinato a diventare un grande Mastella, l’alleato più o meno democristiano della sinistra. «In fondo, è il ruolo caldeggiato per un po’ da Casini», dice Piepoli. «Soprattutto se il Pd non vincerà al Senato, Monti cercherà di condizionare Bersani dandogli la possibilità di affrancarsi da Vendola», rilancia Velardi. «La destra perbene che si integra con la sinistra perbene, bilanciandola. Anche se a parti invertite rispetto al centrosinistra degli anni Sessanta», concorda Rodriguez. Che è però l’unico a considerare un po’ assurda e potenzialmente in perdita l’ipotetica discesa in campo di Monti: «Sottovaluta il rischio di disperdere il proprio capitale di credibilità e di diventare l’utile strumento nelle mani di vecchi naufraghi e nuovi politicanti come accadde persino a Berlusconi». Fa ancora in tempo a ripensarci. Forse.