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Se anche Monti come tutti

Dal Vangelo di Matteo, 5,32: «Sia invece il vostro parlare: sì, si; no, no». Dall’intervista di Mario Monti a Lucia Annunziata: «Il nostro è il linguaggio della verità». I migliori precetti cristiani si saldano dunque con l’onesto pragmatismo dei tecnici a mostrare l’abisso che separa il vecchio dal nuovo, la politica politicante dei partiti dalla politica illuminata della società civile. Molto suggestivo, assai poco vero. Esempio. Venerdì Monti ha detto che il suo schieramento ambisce alla maggioranza dei voti e non si pone il problema delle alleanze. Qualche giorno prima, alla presentazione di un libro, Pierluigi Castagnetti ha così affrontato il ministro Andrea Riccardi: «Ma si può sapere perché dite di essere alternativi a noi del Pd?». Sul barbuto volto dell’uomo che con Montezemolo sta allestendo la Lista civica montiana s’è aperto un candido sorriso: «Tranquillo, è solo un modo per vendere la frutta». Vendere la frutta, dunque, non è uno specifico dei «professionisti della politica». I neofiti della società civile paiono all’altezza. E se ciò conforta chi ritiene che la sincerità nulla abbia a che vedere con le virtù politiche, chi teorizza «il dovere della verità» farebbe meglio a tenere alta la guardia. Perciò, volendo allontanare da sè la sgradevole impressione di un esasperato tatticismo, sarebbe opportuno che Mario Monti dicesse con chiarezza (sì sì, no no) cosa farà dei propri eletti qualora perda le elezioni. E’ un Berlusconi con uso di mondo che intende federare un nuovo centrodestra nel segno del Ppe? O è invece un Mastella al cubo che ha già deciso di allearsi col vincitore annunciato? Urgono parole chiare, orizzonti precisi. Si assiste invece ad una vorticosa sequenza di espedienti semantici, piccole furbizie, giochi di specchi. Tipo: escludere la propria candidatura e poi scendere in campo pur rimanendone fuori; chiamare «agenda» un programma elettorale; chiamare «lista» un partito; convocare un vertice politico a palazzo Chigi quando ancora si nega di volersi gettare nella mischia e quando la riserva è sciolta e le dimissioni da premier già date parlare dal Senato «per rispetto istituzionale»; teorizzare qualcosa di «nuovo», ma tenere in vita «vecchie» sigle di partito per incassare qualche voto in più; annunciare «la riduzione delle tasse» senza spiegare come; presentarsi in conferenza stampa da solo, per evitare di essere associato ai propri variopinti supporter. Niente di cui vergognarsi, ci mancherebbe. Sono cose che «i professionisti della politica» hanno sempre fatto…