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La tattica domina tutti, anche Monti

Mancano 40 giorni alle elezioni, e com’è naturale i leader politici restringono il proprio campo visivo a tutto ciò che risulta immediatamente utile a massimizzare il proprio vantaggio. Ci si occupa solo del necessario, domina la tattica. In altri tempi, l’endorsment del capogruppo del Ppe Joseph Daul a favore di Mario Monti avrebbe scatenato l’inferno e alimentato i più foschi presagi. Oggi, i berlusconiani non sembrano preoccuparsene più di tanto. Il problema verrà affrontato dopo le elezioni, a rapporti di forza conclamati. Analogo spirito si coglie in casa Pd, dove non si avverte la contraddizione tra un’alleanza con Vendola, una richiesta di desistenza ad Ingoia e l’annuncio ormai piuttosto esplicito che dopo il voto la probabile maggioranza di sinistra si aprirà ai centristi di Monti. Per Berlusconi è fin troppo facile evocare l’Unione prodiana, per Monti è necessario continuare ad alimentare la finzione di un centro a «vocazione maggioritaria» e la retorica di una «destra» e una «sinistra» ormai prive di senso. E’ invece piuttosto chiaro che, al pari del Cavaliere, il Professore punti all’ingovernabilità muovendosi nelle pieghe più oscure di quel sistema elettorale, il Porcellum, da lui stesso criticato. Se il Pd dovesse perdere, ad esempio, in Lombardia, Veneto e Sicilia, a Bersani mancherebbero 9 voti per avere la maggioranza al Senato e i centristi potrebbero così essere determinanti…