L’agenda industriale
Finalmente l’economia reale entra nella campagna elettorale. La porta la apre Confindustria con un documento programmatico e con le parole del presidente di viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi: «La crisi sta lasciando profonde ferite. Dal 2007, la produzione industriale ha perso il 25%, il tasso di disoccupazione è raddoppiato, il reddito per abitante è tornato ai livelli del 1997. E’ alto il rischio di distruzione della nostra base industriale». E ancora: «L’alternativa è il declino: non possiamo e non vogliamo accettarlo. Ne va del futuro dei nostri giovani e delle nostre imprese. Dobbiamo tornare a crescere: è un imperativo e un obiettivo raggiungibile». E’ il rischio di deserto industriale del quale abbiamo già discusso in questo blog. L’allarme crescita, però, viene lanciato da decenni. La crisi del debito sovrano non ha fatto altro che acuire un male che affligge da tempo l’Italia. Il punto, però, è che non si cresce con un decreto legge. Le ricette che si possono mettere in campo sono molte e sono note. Non tutte sono percorribili. Difficile, per esempio, pensare a interventi dello Stato, non di uno Stato che ha il terzo debito pubblico d’Europa ma non il terzo prodotto interno lordo. Credito bancario, riforme strutturali, meno Stato nell’economia, tagli degli sprechi sono temi sui quali ormai c’è una larga condivisione. Nei programmi elettorali ci sono molti no a questa o a quella ipotesi, meno dettagli sulle alternative. Chiunque vinca le elezioni, però, non potrà non attraversare il deserto. In caso di riluttanza ci penseranno l’Europa e i mercati a ricordarlo.