My Bloody Valentine, il trionfo della nostalgia
Sofia Coppola stravedeva per loro. E soprattutto per lui e lo chiamò prima ad occuparsi della colonna sonora di “Lost in Translation” e poi a partecipare con un paio di remix alle musiche di “Maria Antonietta”. Kevin Shields, irlandese, va per i 50 anni. Tempo di bilanci, il mezzo secolo. E lui, cinque anni dopo, aver ripreso i fili della storia dei My Bloody Valentine, di cui è il leader, si ripresenta sulle scene. Eccolo l’atto terzo dei My Bloody Valentine. Nelle trite e ritrite abitudini del mondo discografico che sta andando in frantumi, ecco un’operazione di marketing così estemporanea da mandare in down il sito internet della band. I My Bloody Valentine hanno annunciato ieri che in serata avrebbero svelato il loro terzo disco. E l’attesa è diventata spasmodica. Anche perché se lo “shoegaze”, il suonare guardandosi le scarpe, è un genere che mandò fuori di testa (ma fece anche rischiare la bancarotta alla Creation, quando Kevin e soci non erano nessuno, con il loro disco di debutto), il merito è proprio dei My Bloody Valentine. E nell’era della retromania un po’ di sana, sanissima nostalgia per la band di Kevin Shields covava un po’ dappertutto. Sanata, per il momento, dall’uscita di questo disco: con il sito internet della band preso d’assalto. Ma che ne sarà dei My Bloody Valentine ora? Intanto un tour dove lasciarsi prendere dalle emozioni dei tempi che furono. E la solita domanda che accompagna ogni ritorno, nell’attesa del più atteso (che forse non si verificherà mai), quello degli Smths: ma se siamo così “retromani” in servizio continuativo e permanente, non è che quello che viviamo ci fa decisamente vomitare? Così banale nella formulazione che la domanda ha già la risposta in sé. Teniamoci i nostri ricordi, i nostri biglietti, i nostri dischi. Feticci dell’età dell’oro. Ma alla fine ce la raccontiamo: la nostalgia, canaglia, è solo per quell’età, la nostra, che non c’è più.