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Bisogna saper spendere

9 febbraio 2013 - I SOLDI non danno la felicità, soprattutto se non si è capaci di spenderli. L’Italia — se si esclude l’accelerata dell’ultimo anno — si è dimostrata incapace di utilizzare un fiume di soldi che corre da Bruxelles a Roma sotto forma di Fondi europei. Arrivando persino a rischiare di perderli se, appunto, non ci fosse stato l’ultimo sprint in corsa che ha consentito di evitare la tagliola del disimpegno automatico che, tradotto, significa dover restituire i soldi che non si è stati in grado di spendere. Si sono salvati — annunciò il ministro Barca un mese fa — 51 programmi operativi su 52, ma quel solo programma tagliato — Attrattori culturali, naturali e turismo — ha fatto perdere al paese 33,3 milioni di euro. Poteva andare peggio, ma è significativo che il peggio sia stato evitato solo perché nei 14 mesi tra l’ottobre 2011 — quando l’Italia concordò con l’Ue l’adozione di misure straordinarie — e il 31 dicembre 2012 il paese ha realizzato una spesa certificata di 9,2 miliardi, più di quanto si era speso nei precedenti 58 mesi. Restano da impiegare entro il 2015 ben 31,3 miliardi, 26 dei quali al Sud. Già, il Mezzogiorno. Il confronto con il resto del paese è impietoso. La Ragioneria generale dello Stato a fine giugno 2012 fotografò questa situazione: su una dote di 59,41 miliardi, ne erano stati utilizzati solo 15,9, mentre altri 33,2 erano stati solo impegnati, almeno sulla carta. L’Italia era al penultimo posto nella Ue, meglio solo della Bulgaria. Al Nord, la Provincia autonoma di Trento aveva già speso il 62% della dotazione del Fondo sociale europeo e utilizzato il 47% delle risorse del Fondo Ue di sviluppo regionale. Contro il 28,4% dell’Abruzzo per il Fondo sociale europeo, il 16,07% della Campania per il Fondo sociale europeo e il 14,4% per il Fondo europeo di sviluppo regionale.

INSOMMA, il paese non cresce, il debito pubblico è kolossal e gli enti locali sono spesso costretti a tagliare servizi, ottenere credito per famiglie e imprese è arduo. Allo stesso tempo non riusciamo a spendere quello che otteniamo dall’Europa. Un paradosso, appunto, ma non così slegato dalla situazione del paese e dai vincoli europei se si guarda alle ragioni per le quali non riusciamo a spendere quello che ci spetta. Già, perché non lo facciamo? La burocrazia, per esempio, non solo quella italiana, ma anche quella comunitaria, viene correntemente messa sul banco degli imputati. Il patto di stabilità fa il resto: molte erogazioni di finanziamenti vengono attivate solo se esiste una quota di cofinanziamento nazionale ai progetti, ma si tratta in molti casi di finanziamenti che gli enti locali, per esempio, fanno fatica ad attivare per non sforare i tetti di spesa previsti. Un’altra fotografia a tinte forti la scattò l’Ifel, il centro studi dell’Anci, l’associazione dei Comuni: ha calcolato che i Comuni, destinatari di una trentina di miliardi per il periodo 2007-2013, hanno messo in cantiere 2.410 progetti distribuiti su 1.293 municipi. Il valore del 43,5% delle iniziative non supera 150mila euro. Per i il 40% dei progetti non esiste nulla scritto nero su bianco. Vale la pena ripetere ancora una volta che i soldi non spesi dopo un po’ l’Europa li rivuole indietro e andarne a chiederne altri — come dimostra la maratona che si è chiusa nella notte sul bilancio europeo — costa lacrime e sangue. D’altra parte, come glielo spieghi ai tedeschi che non siamo capaci di spendere i nostri soldi?

Pubblicato su Qn sabato 9 febbraio