L’impotenza della politica e la trasparenza che uccide
Ammesso che qualcuno poi le vinca davvero, le elezioni, viene da chiedersi cosa avrà in effetti vinto. Un titolo onorifico, al più. Un fregio, un gallone, uno status personale. Non un potere reale, ma la sua messa in scena come accadeva ai monarchi costituzionali della prima metà dell’Ottocento. Le leve del potere reale sono infatti altrove: a Bruxelles, sede della Commissione europea; a Francoforte, sede della Banca centrale europea; a Londra, sede della City. A Roma i papi si dimettono e i premier si dimenano. Una politica senza Stato, infatti, non può che farsi ancella della finanza globale e che lo Stato non vi sia più lo dimostra l’impossibilità pratica di difenderne le ragioni più profonde. «Ragion di Stato» è ormai sinonimo di malaffare. Così come «interesse nazionale». E infatti la Corte d’Appello di Milano se ne infischia del segreto di Stato apposto da tre governi diversi e condanna un capo dei servizi segreti militari, Nicolò Pollari, per aver fatto il suo sporco lavoro: prelevare un sospetto terrorista in un’operazione congiunta Sismi-Cia. E allora, disarticolato lo Stato, smantelliamo anche i servizi segreti; evidentemente incompatibili con quella trasparenza assoluta che ogni uomo avveduto sa di non potersi permettere neanche in famiglia e che viene invece pretesa nientemeno che in politica. Il resto ne consegue. E del resto fa parte lo smantellamento per via giudiziaria dell’industria ‘pubblica’ italiana. Eni, Saipem e Finmeccanica competono con i loro omologhi stranieri a colpi di mazzette non da oggi ma da sempre. Di oggi sono però le inchieste giudiziarie. Di oggi è l’imbarazzato silenzio della politica, che da tempo ha rinunciato a governare il corso di aziende indiscutibilmente «strategiche» correggendo quel che va corretto. Già, ma su quali basi e con quale logica? Per metter bocca nella gestione di Finmeccanica, ad esempio, il potere politico dovrebbe avere una visione e una volontà di potenza. Ma né l’una né l’altra sono ormai nelle disponibilità di un’élite politica sempre più modesta e impotente, e infatti anche fisicamente scalzata dall’élite finanziaria. Paradossalmente, visione e volontà di potenza appartengono invece al potere che della politica ha occupato gli spazi vitali: quello giudiziario. Un potere irresponsabile, però, arbitrario e privo di legittimazione democratica. Lo si può dire anche, per amor di verità e non di demagogia, dei mitici «mercati» e dell’Unione europea. Sì che, a cinquecento anni esatti dalla pubblicazione del Principe, nulla resta di quella scienza del potere politico messa in chiaro da Machiavelli. Nulla se non la sua vuota rappresentazione. Mancano i fini, ci si accontenta dei mezzi.