Tecnica e politica, lo scontro finale
Intervistato da Enrico Mentana su La7, Mario Monti ha dichiarato: «L’espressione campagna elettorale mi fa un po’ ribrezzo». Prendiamo allora il Devoto-Oli, alla voce ‘ribrezzo’ scrive: «Violenta impressione, fisica o morale, di repulsione e di schifo». Non è la prima volta che il Professore entra dialetticamente in conflitto con i capisaldi della democrazia, o i suoi luoghi comuni. «Se i governi si facessero vincolare dalle decisioni dei loro parlamenti, una disintegrazione dell’Europa sarebbe probabile», disse lo scorso agosto suscitando sdegnate reazioni perfino tedesche. Non sono gaffe, Monti è realmente convinto che la volontà generale sia fallace mentre pressoché infallibile sarebbe il parere dei «competenti». Ne risulta il conflitto oggi in corso in Italia tra élite tecnocratiche ed élite politiche.
Di sicuro c’è che, anche in democrazia, il potere è sempre nelle mani di gruppi ristretti. E il semplice fatto che dal 1992 tutti i ministri dell’economia siano stati ‘tecnici’ anzichè politici dà parziale sostanza alla tesi montiana. Mai come oggi, però, le élite al comando sono internazionali, perciò ostili agli stati nazionali e alla politica tradizionale. Vale per le élite intellettuali che dal dopoguerra lavorano all’Europa unita e per le élite finanziarie che mai come oggi detengono il vero potere.
L’Europa nasce sulla spinta ideale di Jean Monnet, il quale già nel 1952 teorizzava: «Le nazioni europee dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo». L’euro è nato così. Ed è di pochi giorni fa il Two Pack, l’accordo che impone agli stati membri di sottoporre alla Commissione europea i propri bilanci per un’approvazione che emblematicamente preceda il vaglio dei parlamenti nazionali. Analogo spirito appartiene alle élite finanziarie riunite nei loro club esclusivi, dal Bilderberg alla Trilaterale. William Vincent Shannon, ambasciatore americano ai tempi di Carter, così ne spiegò i fini: «I membri del Bilderberg stanno costruendo l’era del post nazionalismo: un’economia globale; un governo mondiale (selezionato piuttosto che eletto) e una religione universale. Per essere sicuri di raggiungere questi obiettivi, si concentrano su un “approccio maggiormente tecnico” e una minore consapevolezza da parte del pubblico in generale». Non è un mistero che Mario Monti appartenga ad entrambe le èlite, europeista e finanziaria; più o meno direttamente responsabili delle nostre fragilità attuali.
Ora, ogni epoca ha il suo pensiero egemone e tantovale farsene una ragione. Ma bisogna anche capire cosa ne discende. Beppe Grillo, ad esempio, è la conseguenza di quel senso di frustrazione che prende i cittadini di fronte non tanto alle ruberie dei politici quanto alla manifesta impotenza della politica tradizionale, a sua volta figlia del progressivo sfibramento della sovranità nazionale. E infatti il discorso politico del capopopolo genovese inizia più di 10 anni fa contro le banche e le multinazionali, in difesa dello Stato e della sfera pubblica nazionale. L’idea, resa possibile dalla Rete, di «democrazia immediata» agitata dai cinquestelle nasce negli Usa come tentativo di ricostruire dal basso ciò che è stato amputato dall’alto: il potere del popolo e la legittimità della politica. In fondo, anche le primarie del Pd rispondono a quest’esigenza. Ma nei prossimi giorni Beppe Grillo si collocherà serenamente all’opposizione, mentre Pier Luigi Bersani, volendo governare, sarà costretto a scendere a patti con la realtà. E dunque con Monti. Non sa da che parte prenderlo, però, tanto è diverso da lui e dai suoi simili: i politici. Confidava nei giorni scorsi il segretario del Pd: «Con Casini non ci sono problemi, parliamo la stessa lingua. Monti, invece, è un mistero. Starà alla finestra? Dialogherà sul programma? Vorrà far parte del governo?». Due mondi si confrontano, poco si sopportano, ancor meno si capiscono. A prevalere, come sempre, sarà il più forte-