La soldatessa del volley
Dal Resto del Carlino in edicola ieri.
SPARA schiacciate e missili con la stessa grinta. La soldatessa del volley si chiama Maria Lomuscio, ha 26 anni ed è uno dei punti di forza della Climart Villanova, squadra bolognese in C regionale. E’ una centrale atipica, per via del suo mestiere: soldato con licenza di usare lo ‘stinger’, per sparare missili terra-aria. In Italia non sono molte, le donne-soldato che possono usare quest’arma.
Lomuscio, come ha iniziato a giocare a pallavolo?
«A 10 anni a Trinitapoli, in Puglia. Vivevo lì con la mia famiglia, mia sorella maggiore giocava e mi sono incuriosita».
Come è arrivata a Bologna?
«Mi hanno trasferito qui. Volevo continuare a praticare lo sport che facevo prima di arruolarmi. Ho cercato una squadra disponibile, mi allenavo al PalaSavena, adesso sono al Villanova Castenaso, in C».
Lei gioca anche nella nazionale interforze: risultati migliori e ricordi più belli?
«I risultati migliori ottenuti con la Nazionale Interforze sono stati il quarto posto ai Mondiali Militari, Stati Uniti 2010. Il ricordo più bello è del 2011, le Olimpiadi Militari a Rio de Janeiro».
Quando ha deciso di fare il soldato?
«Dopo la maturità, sapevo che sarebbe stata un’ottima opportunità, che mi avrebbe portato a una crescita personale e professionale».
In famiglia cosa dicono?
«Mi hanno sempre sostenuto, in particolare mio padre, brigadiere dei Carabinieri».
Ha una passione per le armi, o l’ha scoperta per lavoro?
«Ho sempre guardato con ammirazione il lavoro di mio padre, ma la passione è nata nel momento in cui sono entrata nell’Esercito».
Lei è una delle poche donne che usa lo stinger, un’arma contraerea che spara missili terra-aria.
«Appartenere al mio reparto, il 121° Reggimento artiglieria contraerei, mi ha dato l’opportunità di conoscere, studiare ed utilizzare questo sistema d’arma contraerei. Sono stata una delle prime donne ad usarlo in esercitazione».
Essere donna fa differenza, nella sua ‘specializzazione’?
«Sono una donna determinata e sempre pronta ad imparare, ho una forte personalità e idee ben precise, quindi mi sono subito integrata nell’ambiente dell’Esercito. Mi hanno spesso aiutata colleghi cordiali e molto disponibili».
Ha svolto missioni in luoghi teatro di conflitti?
«Sono stata impegnata in una missione in Kosovo, paese martoriato, che solo da poco tempo è riuscito a ottenere l’indipendenza. Ogni giorno mi confrontavo positivamente con gli abitanti del posto».
Che cosa dicono le sue compagne del suo mestiere?
«Sono incuriosite, cercano di capire tutto ciò che concerne il mio incarico e le mie mansioni, immaginando emozioni e sensazioni che solo l’Esercito può trasmettere. I miei commilitoni si interessano spesso, con domande su allenamenti, classifiche, risultati».
Lo sport e la vita militare le hanno insegnato un cameratismo diverso, particolare?
«No, ritengo che la pallavolo sia la metafora della vita, dove vivere per me vuol dire vincere. Ogni giorno siamo sottoposte a una sfida, una gara con se stessi e con gli altri dove ognuno cerca sempre di uscirne vincitore. Nella vittoria come nella sconfitta non si è mai soli, l’unione e la squadra sono la vera forza».
Ha un soprannome, nei due ‘spogliatoi’?
«No, ma essendo istintiva nel mio ruolo spesso invento nuovi colpi a cui le mie compagne attribuiscono nomi bizzarri. A volte tendono a chiamarmi con nomi stranieri, per far credere alle avversarie che io sia un fenomeno».
Sogni sportivi e professionali?
«Partecipare alle Olimpiadi Militari in Corea del Sud nel 2015. Dal punto di vista professionale continuerò ad accrescere il mio bagaglio. Nei miei sogni c’è la speranza di creare un giorno una famiglia molto numerosa».