Il conto è già servito
DEBITO alto, crescita inesistente. Per invertire l’ordine dei fattori serve un governo solido del quale, dopo il voto del 25 febbraio, è difficile vedere traccia all’orizzonte. I mercati, nella loro oggettiva ed egoista corsa al guadagno, ieri hanno dato un prezzo all’incertezza del ’prodotto’ Italia causata da una legge elettorale degna del proprio soprannome: porcellum. A Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha chiuso in calo del 4,89% bruciando 17 miliardi di capitalizzazione. Il rischio del debito misurato dai credit default swaps è cresciuto di 43 punti base a quota 293 punti. Lo spread tra i Btp e il Bund tedesco è salito di 350 punti base. Il timore è che lo stallo dell’Italia — seconda manifattura del vecchio continente — possa riflettersi sull’Eurozona. Timori non attenuati dalla possibilità di alzare, pagando dazio, lo scudo anti spread della Bce. Lo ha spiegato un analista di Bnp Paribas: senza un governo non c’è nessuno che possa contrattare con Francoforte le condizioni del soccorso. A meno che a farlo non sia Monti, in servizio per l’ordinaria amministrazione.
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CHI PRESTA soldi all’Italia ha già presentato il conto: ieri il Tesoro ha collocato Bot a sei mesi per 8,75 miliardi di euro pagando un tasso dell’1,24% contro lo 0,73% di gennaio. La domanda è stata di 12,595 miliardi di euro, 1,44 volte l’offerta. Da un lato, quindi, c’è ancora fiducia nel Belpaese, ma per correre il rischio si chiedono più soldi. Oggi un altro delicato banco di prova: l’asta Btp a 5 e 10 anni per un massimo di 6,5 miliardi. Sapremo a che prezzo, chi investe, è disposto a comprare Italia. A spanne un aumento di 80 punti dello spread si traduce in maggiori costi annuali di circa 3,2 miliardi.
Tutte risorse sottratte a chi fa impresa, a chi ha perso il lavoro, alla ricerca, alla scuola, all’università. A questo si aggiunga che il rialzo dei rendimenti — a parità di costo del denaro in Europa — impone alle nostre banche di pagare il denaro preso a prestito più delle loro concorrenti. Ma se le banche sborsano di più, i maggiori costi cadono su famiglie e imprese. Che si trovano, queste ultime, a correre sui mercati globali con le gambe legate. Molti italiani con il loro voto hanno bocciato le politiche di austerità, probabilmente chiedono un’altra Europa, forse non la vogliono affatto. È il popolo sovrano, ma i numeri sono numeri. Nel resto del mondo stanno riarmando i vecchi cliché contro di noi: chiunque governi li disarmi prima che — come hanno sintetizzato gli analisti di Mediobanca in un report sul dopo voto — la commedia italiana non diventi una tragedia greca.
Pubblicato oggi 28 febbraio 2013, sul Qn