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Pd, il partito “popolare” che non capisce il popolo

E chissà se ieri Pier Luigi Bersani s’è sentito umiliato dalla sprezzante risposta di Beppe Grillo. Un molestatore politico, l’ha definito, un morto che parla. Dove l’umiliazione non è nell’accusa ma in lui stesso, nell’aver pensato o finto di pensare (che in politica è uguale) di poter ‘normalizzare’ la rivoluzione, tagliare le unghie alla Bestia, dare le carte — da sconfitto — al vincitore. Ci si chiede chi lo consigli, a Bersani. E soprattutto a cosa serva guidare «un partito popolare» se del popolo non si percepiscono gli umori; che valore abbiano quelle «radici affondate tra la gente» se nessun nutrimento le bagna e si finisce poi per affidarsi ai sondaggi come i tanto deprecati «partiti personalisti». Questione antica, in effetti. Anche il Pci di Berlinguer equivocò il sentimento del Paese e sempre per la stessa ragione: i cortigiani sono infatti uguali ovunque, e i consiglieri politici servono a confermare il segretario nei propri errori, ad adattare la realtà alle caratteristiche del leader. Perché il profilo politico che Bersani s’è dato sotto elezioni in fondo è il suo: lui è fatto davvero così, e chi gli sta intorno l’ha convinto che proprio perché è fatto così avrebbe vinto. La quiete dopo la tempesta. Ma è la tempesta rinnovatrice che la gente vuole, non la quiete. E’ il leader che viene votato, non «il collettivo». E’ l’energia che seduce, non la monotonia. L’energia di un Renzi soffocata al grido di «orrore, piace alla destra» da una burocrazia di partito preoccupata solo di perpetuare se stessa. La stessa burocrazia che strangolò in culla l’ambizione maggioritaria di Veltroni. Lo stesso Veltroni che si guardò poi dal sostenere Renzi. Occorreva la rara generosità dei grandi leader, c’è stato il solito calcolo egoistico dei piccoli burocrati. Come inchiavardarsi a Vendola col sacro rito delle primarie in un contesto di crisi e di sospetti internazionali sulla sinistra italiana. Ma non è colpa di Bersani, è che gli avevano raccontato un mondo diverso. Infatti lui prometteva di aggiustarne i guasti con «il cacciavite» — funesta metafora prodiana — senza accorgersi di quanto fosse più fascinoso il lanciafiamme impugnato da «un comico» che egli stesso definì «fascista» prima che un D’Alema lo correggesse: «Sbagli, è una costola della sinistra».