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Ball, Modena nel cuore e sulla pelle

Dal Resto del Carlino in edicola oggi.

«MODENA è la Ferrari della pallavolo. Non può esistere un campionato senza questa squadra, è stato il modello al quale tutto il volley italiano si è ispirato per cinquant’anni ». Firmato (sulla pelle) Lloy Ball. Cioè l’ultimo alzatore campione d’Italia con la squadra gialloblù, nel 2002, proprio con Lorenzetti allenatore. Uno al quale la città emiliana è rimasta talmente nel cuore, che la settimana scorsa si è fatto tatuare il Duomo su un avambraccio.

Ball, perché ha scelto il Duomo?

«E’ il mio dodicesimo tatuaggio, mi ricorda i tempi di Modena quando, quasi tutti i giorni, io e mia moglie Sarah portavamo nostro figlio Dyer a rincorrere i piccioni in piazza Grande. Ci sedevamo sugli scalini e lo guardavamo, stavamo lì ore a bere caffé e a parlare con la gente di pallavolo. Tempi felici della nostra vita».

Quindi in famiglia erano tutti d’accordo.

«Sì, l’idea del Duomo è piaciuta a tutti. Sarah amava l’Italia, la vostra città è il posto in cui mia moglie si è trovata meglio tra tutte quelle in cui siamo stati, all’estero».

Sente ancora i suoi amici modenesi?

«Tutti i giorni, continuamente. Facebook mi permette di restare in contatto e di seguire la squadra, parliamo del campionato, sono informatissimo sui risultati».

Quindi saprà anche che Peia sta cercando un compratore.

«E’ triste che Modena debba continuamente lottare per sopravvivere, cercare sponsors. La pallavolo ha dei problemi, ma non sarebbe la stessa senza Casa Modena.Non riesco neanche ad immaginarlo».

Ora che si è ritirato, che cosa fa?

«Mi alleno ancora e gioco con una squadra semi-professionistica, qui in America. Andremo alle finali nazionali in maggio. Seguo i miei figli, alleno la squadra di basket di Dyer e aiuto Mya che nuota. Do una mano anche a mio padre Arnie, che allena, e faccio volontariato nella scuola dei bambini. Poi ho qualche affare da curare, sono molto occupato».

Si è mai fermato a pensare perché il suo rapporto con Modena è così speciale?

«Ci sono tre motivi. Perché lo scudetto del 2002 è stato il primo trofeo che ho vinto, e dopo ne ho vinti altri 14: diciamo che a Modena ho iniziato ad imparare come si diventa campioni. Il secondo è che quello è ancora l’ultimo scudetto di Modena, quindi i tifosi si ricordano benissimo di me, di Gardo, del Giangio, di Luca Cantagalli, di Bovo, di Pippi. Infine, quando gioco per una squadra, io do sempre il massimo, non solo negli allenamenti, anche nella vita di tutti i giorni. Ho provato davvero ad appartenere a Modena, e mi considero ancora mezzo modenese».

Facciamo anche tre quarti, Lloy.