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Renzi, Grillo e la vittoria già scritta

Ovvio che se il capo dello Stato lo chiamasse per affidargli la guida del governo, Matteo Renzi dovrebbe rispondere «Signorsì». Ma è fantapolitica solo pensarlo. Più o meno come credere che Beppe Grillo possa decidere di sostenere a volto scoperto un governo Bersani. Eppure, in un Pd ormai avvinto dal senno del poi c’è chi accarezza tanto la prima quanto la seconda ipotesi. Renzi farebbe la fine di D’Alema, giunto al governo per manovra di Palazzo e mai più annoverato tra i candidabili. Grillo farebbe la fine di Mussolini qualora avesse accettato di mettere in piedi un governo con Giolitti dopo la marcia su Roma. Non c’è ragione di pensare che i diretti interessati si prestino al gioco. Entrambi, però, sono alle prese con un difficile esercizio: capitalizzare il proprio consenso. Da posizioni pur diversissime, debbono dunque tirare la corda, ma senza strapparla; essere presenti, ma senza compromettersi. Renzi lo fa dichiarando la propria «lealtà» a Bersani, e al tempo stesso sbertucciandone la linea filogrillina. Grillo lo fa sbertucciando Bersani, e al tempo stesso ribadendo la praticabilità delle sue idee  a cinquestelle. Per come si stanno mettendo le cose, o il capo dello Stato affiderà l’incarico di formare il governo a una personalità oggi oscura ma di cui sarà chiara in partenza la capacità di coagulare una maggioranza parlamentare – non Bersani, dunque – oppure non resterà che votare in giugno. Si scommette allora che i protagonisti della sfida saranno, rieccoli, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Non è però scontato che la deriva identitaria del Pd renderà allora praticabile la candidatura del sindaco di Firenze incautamente snobbata a suo tempo. Né che, risultati non spendibili sul mercato del governo, i voti di Grillo siano fatalmente destinati a moltiplicarsi. Su una cosa si può invece scommettere: come il federalismo della Lega, l’impeto anticasta dei due capipopolo caratterizzerà i programmi di tutti i partiti e le politiche di qualsivoglia governo. Insomma, né Renzi né Grillo avranno bisogno di arrivare a palazzo Chigi per veder realizzato il primo punto del proprio decalogo elettorale: affamare i partiti politici.
P.S.
Lotta alla partitocrazia e abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sono storiche battaglie dei radicali. Ma i radicali non sono in parlamento. Ennesima conferma del fatto che le idee contano, ma ancor di più contano gli uomini che enunciano le idee.