Matteo Renzi e il “grillismo compatibile”
E’ la terza volta che Matteo Renzi si presenta ad una direzione del Pd ed è la terza volta che se ne va prima della fine, senza dire una parola né esprimere un voto. Eppure, nel suo tacere di ieri si scorge una novità, un cambio di registro, un calcolo che se prolungato lo indebolirebbe. Renzi è infatti rientrato nei ranghi del partito, non dice ma tace, non confligge ma attende. Teme l’accusa di sfascismo, sa che la base del Pd non ne può più di tensioni interne. Ma sa anche che quella stessa base non ne può neanche di vecchi riti e vecchissime facce. Se ieri Renzi avesse preso la parola, avrebbe dovuto attaccare Bersani: avrebbe definito «velleitaria» la pretesa di fare un governo con i grillini, gli avrebbe rinfacciato di aver snobbato nella relazione introduttiva il primo dei suoi quattro punti. Il più mediaticamente azzeccato: abolire il finanziamento pubblico ai partiti politici. Perciò, per non offendere il segretario, Renzi ieri ha taciuto. E si è così idealmente collocato tra Veltroni, che come lui non ha parlato, e D’Alema, che ha parlato ma senza dire tutto quello che pensava. Matteo Renzi ha scelto l’interesse della «ditta», e nel farlo ha fiaccato la propria spinta rivoluzionaria annacquando il proprio profilo di ‘grillino compatibile’. Il suo è infatti un grillismo da salotto, perché — circoscritto al solo tema del ricambio dell’élite politica — compatibile, appunto, con i salotti che contano, con gli interessi dell’establishment e gli spiriti animali dei mercati finanziari. Un grillismo a bassa intensità, anche perché necessariamente collocato all’interno di un «vecchio» partito. E infatti ieri Renzi non ha mandato a quel paese i dirigenti del Pd, ma ne ha assecondato le cautele. E chissà se il sindaco rottamatore riuscirà a mantenere questo doppio registro, rivoluzionario e d’ordine, fino alla fine. Chissà se non sarà prima o poi costretto a rinnegare il Pd e a mettersi in proprio. Certo è che tra un anno scadrà il suo mandato fiorentino e difficilmente le prossime elezioni avverranno più in là del 2014. Ad oggi, Renzi è l’unico in grado di contendere voti sia a Grillo sia a Berlusconi. E la sua candidatura costringerebbe non solo il Pd ma anche il Pdl ad affrontare le annose questioni di identità e leadership. C’è solo un problema, quella candidatura Matteo Renzi deve strapparla con le primarie o costruirsela fuori dal partito: gli fosse gentilmente concessa dall’alto non avrebbe la stessa forza.