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Se il grillino Renzi minaccia l’unità del Pd

Comincia ad avere dei risvolti tragici e non più solo comici questo disperato inseguire i grillini da parte di Pier Luigi Bersani. Soprattutto perché Matteo Renzi, grillino ante litteram, gli ha già sbarrato ogni possibile strada. L’unica operazione che il segretario del Pd potrebbe (molto, ma molto in teoria) riuscire a concludere è infatti quella di spaccare il Movimento spingendo una ventina di senatori cinquestelle a costituire un gruppo autonomo e votargli la fiducia. Scilipotismo di ritorno, secondo Renzi. Cioè ‘compravendita’ di parlamentari. Argomento oggi attuale grazie a Berlusconi, ma non nuovo nella storia repubblicana: negli anni ’60, il centrosinistra nacque infatti grazie ad una valigetta piena di denaro che un ufficiale del Sismi portò ad un congresso del Pri, convertendo così all’originale formula politica la destra del partito di Ugo La Malfa. Ma se invece quello di Bersani fosse un eroico immolarsi a beneficio del partito nelle prossime, si presume imminenti, elezioni, la via scelta sarebbe a doppio taglio. Dopo aver detto e ripetuto che il programma di Grillo è più che compatibile con quello del Pd, come potrebbe il Pd additarlo a minaccia per il Paese? Insisterebbe allora sull’indifferenza rispetto all’interesse nazionale che richiederebbe invece un governo subito in carica, ma quall’accusa vale per Grillo rispetto a Bersani così come per Bersani rispetto a Berlusconi. Il tema dei temi è però l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, riportato al centro del dibattito non da Grillo ma da Renzi. Ed è stata francamente imbarazzante la nota di domenica con cui il Pd, rispondendo al sindaco di Firenze, ha sostenuto che Bersani l’aveva compreso negli 8 punti illustrati alla direzione del partito. Macché. Giunto al quinto ed ultimo tema elencato nel terzo punto, Bersani ha infatti invocato «una legge sui partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all’accesso alle candidature e al finanziamento». Burocratese a parte, nulla lasciava intendere che Bersani fosse favorevole all’abolizione del finanziamento pubblico. E infatti non lo è. Perciò Renzi ha stilato un dossier volto ad illustrare come in effetti vengono spesi quei soldi dal Pd. Un colpo al cuore di quella che per Bersani è «la ditta» da difendere e per Renzi il baraccone da smantellare. Lo scontro, ormai, ha raggiunto un livello tale da minacciare la stessa unità del partito.