Danni e contorsioni degli intellettuali pro Bersani
La Patria chiama, la sinistra vacilla, l’intellettuale s’appella. In principio furono i 70 che firmarono il «Manifesto degli intellettuali per Bersani», esibito sul sito del Pd sotto una foto del medesimo Bersani fattosi un po’ intellettuale per l’occasione: occhiali in punta di naso, penna in mano, sguardo fisso sul foglio, fronte corrugata, mano sinistra aperta all’altezza della bocca nella classica posa del pensatore. Eravamo ancora alla vigilia delle primarie e un governo del Pd sembrava scritto a caratteri d’oro nel destino della nazione, perciò i settanta professionisti dell’intelletto individuarono nel segretario in carica (di per sè, somma garanzia di futuro per tutti) l’unico argine contro «una politica spettacolare e superficiale e plebiscitaria». Ora però che il punto è agganciare Grillo, cioè il maggior interprete dell’orrida degenerazione di cui sopra, da settanta gli intellettuali si son ridotti a sei e su Repubblica così hanno esordito: «Caro Beppe Grillo, cari amici del Movimento 5Stelle…», e via a piagnucolare sul fatto che «gli italiani che vi hanno votato esigono risultati concreti». Come se quelli che hanno votato Bersani o Berlusconi esigessero altro, come se l’unico «irresponsabile» fosse Grillo che non vuole governare con Bersani e non anche Bersani che non vuole governare con Berlusconi.
Ma il dubbio non tocca l’intellettuale che milita. E figurarsi se tocca Grillo, che infatti non si commuove per l’alato appello ma citando il sommo Gaber li manda tutti a quel Paese. Perché l’intellettuale non ha un valore in sè: o è organico o è inutile; o illumina la via scelta dal leader o è dannoso. E infatti Grillo, essendo l’unico ad avere una via ben chiara in mente, ha un solo intellettuale più che organico: Gianroberto Casaleggio. A Bersani ne sono rimasti 6, ma essendosi rivelati tristemente inutili ecco l’intuizione: affidare non più a pensatori di nicchia come Bodei, Monticelli e Spinelli, ma a scrittori trandy come Saviano e uomini di spettacolo come Fazio e Jovanotti l’ultimo, estremo appello. «Facciamolo!», è il titolo. E solo i più tristi pensano a un governo. Infatti Grillo, notoriamente dotato di un cuor felice, ha pensato ad altro e neanche ha risposto.
Mala tempora, signora mia. Non ci son più gli intellettuali di una volta. I Silone, i Chioaromonte, i Calvino e i Moravia che fiancheggiavano il Pci hanno ceduto il posto a Miguel Gotor, lo storico che per aver sbertucciato lo slang di Bersani in un celebre articolo sul Sole 24Ore è stato dal medesimo Bersani su due piedi arruolato. E non gli è parso vero di ritrovarsi in un sol colpo deputato e spin doctor, sia pure di uno che intende «smacchiare i giaguari». Non ci sono più neanche i 101 intellettuali che a ridosso del rapporto Krusev sui crimini di Stalin e della repressione sovietica in Ungheria, nel ’56 invitarono il Pci a prendere «una posizione etico-politica». Manifestazione di «vacuo disfattismo culturale», commentò Togliatti. E molti si riallinearono. Molti, forse, si pentirono invece del più mortifero degli appelli: quello che sull’Espresso indicava nel commissario Calabresi il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli. Belle firme, un mondo splendente. Poi Calabresi fu ammazzato, ma pazienza: sono cose che capitano, agli intellettuali. E forse è un bene che a sostituirli nel cuore dei leader politici siano oggi i sondaggisti e gli esperti di marketing: possono far perdere le elezioni, certo, ma se non altro evitano di inneggiare alla violenza quand’è conforme all’interesse politico del momento. Perché, come osservò un raffinato pensatore, «l’intellettuale italiano è sempre stato all’opposizione di ogni regime. Precedente». Si chiamava Pippo Franco.