Giorgio Barbieri, rosso antico
Dal Qs-Il Resto del Carlino di domenica 17 marzo.
I MITI non invecchiano: migliorano col tempo come il vino. O come l’aceto balsamico che Giorgio Barbieri, lunghissimo pallavolista della Lubiam all’inizio degli anni Settanta, oggi produce addirittura per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Anche se è difficile immaginarsi questo spilungone di oltre due metri chino sulle piccole botti secolari di ginepro, rovere e castagno dalle quali distilla l’oro nero in una soffitta (grande) della sua Modena. Città che lasciò da giocatore nel 1969, a 22 anni, per venire alla Virtus e restarci cinque stagioni. Città dove è tornato una volta chiuso con la pallavolo, non prima di essere diventato uno degli allenatori più vincenti in campo femminile.
Barbieri, come è finito un ex pallavolista a fare l’aceto balsamico?
«Per proseguire una tradizione di famiglia. In casa avevo visto fare l’aceto fin da bambino, anche mio fratello ha un’acetaia. Io ho deciso di farla diventare un’attività quando ho deciso di lasciare il mondo della pallavolo, nel 1999. La famiglia di mia moglie aveva un albergo a Rimini, quell’esperienza ci ha aiutato a scegliere questa strada. Siamo stati tra i primi ad aprire l’acetaia ai turisti, oggi ne ospitiamo quasi duemila ogni anno».
Oggi questo è il suo lavoro, se vogliamo chiamarlo così.
«Siamo associati al consorzio dell’aceto balsamico tradizionale di Modena, che impone protocolli rigidi anche sulle quantità massime. Produciamo circa duemila bottigliette da 100 centilitri all’anno, alcune delle quali sono state portate da un suo sottosegretario al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Anche il New York Times si è occupato di noi».
Che ricordi ha della pallavolo bolognese?
«Mi sono trovato molto bene, anche se chiaramente sentivamo il fatto di essere secondi al basket, che attirava tutte le attenzioni in città. Io arrivai alla Virtus nel 1969 e restai per cinque stagioni. A quei tempi il presidente era l’onorevole Giovanni Elkan, la sezione pallavolo era guidata da Bernardi. Alla fine, grazie ai buoni risultati riuscimmo a fare breccia e a conquistare l’amicizia di alcuni tifosi, che preparavano i gagliardetti e ci portavano in giro per la città dopo le partite del sabato sera, in locali che forse non esistono più. Sono stati anni divertenti».
Anche se il vostro gruppo era composto quasi interamente da modenesi.
«Il primo anno io arrivai convinto da Federzoni, che era l’allenatore. Prese alcuni giocatori dell’Avia Pervia, io venivo dalla Minelli, due società storiche di Modena. Ci chiamavamo Renana, poi diventammo Lubiam. In panchina arrivò Adriano Guidetti, suo fratello Paolino in campo, poi negli anni successivi Sergio Guerra, gli Errani. I bolognesi erano Volta, Penazzi e Zuppiroli».
Perché scelse Bologna?
«Fu una cosa strana. Volevo fare l’Isef, ma alla fine non superai il test, mi presero invece a quello di Firenze. Però ormai avevo deciso, anche se il mio concittadino Andrea Nannini era passato alla Ruini e insisteva perché lo seguissi in Toscana. Non guadagnavo tantissimo alla Virtus: con trentamila lire al mese mi ci pagavo giusto i viaggi oltre appennino. Noi modenesi ci allenavamo nella nostra città e venivamo a Bologna solo il giovedì sera, era l’unico giorno in cui la pallavolo riusciva ad avere il palasport di piazza Azzarita per allenarsi. In realtà, dopo ci fermavamo spesso tutti insieme a metà strada, a Castelfranco, all’Osteria della Lumira».
Si vede ancora con qualche suo ex compagno?
«Con Penazzi capita spesso, Zuppiroli invece l’ho un po’ perso di vista, purtroppo».
Furono anni di quasi vittorie, e di beffe atroci.
«La delusione più brutta fu quella del 1973: noi e la Ruini Firenze arrivammo a pari punti dopo la penultima giornata, allora non c’erano i playoff. Dovevamo andare a Trieste a giocare contro l’Arc Linea, la squadra di Nino Benvenuti. Una buona squadra, noi forse inconsciamente sottovalutammo l’impegno, pensando che fosse facile vincere. E ovviamente perdemmo partita e scudetto. A Bologna avevano già iniziato a fare la prevendita per uno spareggio che non ci sarebbe mai stato».
