Il piano di Napolitano per dare un governo al Paese
Pier Luigi Bersani non ha chance di formare un governo, ma non intende fare un passo indietro prima di averci formalmente provato. E’ un suo diritto, vuole esercitarlo. Oggi, dunque, il capo dello Stato gli affiderà «l’incarico» e lui accetterà «con riserva». Significa che sarà Bersani a fare quel che Napolitano ha fatto fino ad oggi: sondare le forze politiche alla ricerca di una maggioranza. Dopo di che, se non ci saranno numero certi, non è affatto detto che Napolitano gli affidi un mandato spedendolo così di fronte alle camere. A quel punto, unica ipotesi alternativa a un precipitoso ritorno al voto è che il parlamento voti la fiducia ad un «governo del Presidente»: un governo, cioè, il cui premier sarebbe scelto dal capo dello Stato tra le personalità della repubblica o tra i parlamentari neoeletti ma dotati di un profilo più tecnico che politico. Il presidente del Senato Pietro Grasso, ad esempio. Che infatti, prima che Bersani si irrigidisse, ieri era sul punto di ricevere un mandato esplorativo dal Quirinale. Due sono però le condizioni perché un simile governo veda la luce: un accordo tra le forze politiche che lo sosterrebbero per rinnovare l’incarico di capo dello Stato al medesimo Napolitano; un brusco cambio di linea da parte del Pd. Il primo punto non sarebbe difficile da raggiungere: Pdl, Pd e centristi sono consapevoli del fatto che aprire in un tale quadro di instabilità politica la sfida per il Quirinale vorrebbe dire far saltare il banco. Riconfermare Napolitano, magari con un tacito patto volto a far coincidere il suo mandato con la vita certo non lunga del «suo» governo, sarebbe la scelta meno traumatica per tutti. E garantirebbe all’Italia quall’interlocutore stimato all’estero di cui certo ha bisogno.
Sul secondo punto stanno lavorando in molti. La verità è che Bersani è ormai isolato nel partito. Anche perché i membri della vecchia nomenklatura hanno capito che il «metodo» di lavoro del segretario consiste nel far rotolare le loro teste una ad una per assecondare lo spirito dei tempi. Se il dissenso non è ancora emerso è per due ragioni. Si intende lasciare al segretario il diritto di ‘provarci’, si teme che in caso di elezioni i ‘critici’ sarebbero puniti con la mancata ricandidatura. Lo stesso Bersani, però, sa bene che tornare al voto col Porcellum sarebbe disastroso. La strada è stretta, ma non è detto che le elezioni siano l’unica alternativa al governo Bersani.