il governo dello spread
Lo spread risale sopra quota 350. Non siamo ai livelli di un anno fa, ma a risalire in fretta ci vuole un attimo. Segno che i mercati – che non esistono come soggetto collettivo – non votano e hanno pazienza per quasi tutto salvo che per l’iincertezza. Di fronte all’adolescenziale cocciuto ribellismo inconcludente di alcune espressioni politiche, in quanto tali tanto rispettabili quanto criticabili, si schiera l’incapacità dei partiti tradizionali ad accettare l’univa via d’uscita praticata in mezza Europa in situazioni di stallo: il governo di grande coalizione. Che da noi si chiama inciucio. O un governo di scopo che faccia quello che c’è da fare: in primo luogo sostenere l’economia e tagliare i lacci che la soffocano e, se ne avesse la forza, la riforma elettorale. Non necessariamente per andare al voto il prima possibile. Se tutto questo dovesse basarsi solo sulla sensibilità istituzionale di chi siede in Parlamento sarebbe solo fantapolitica, per fortuna la Quirinale c’è chi pensa anche per loro.