Neil Young, l’ultimo hippie
Non è un’autobiografia, ‘Il sogno di un hippie’, di Neil Young. E’ un libro che riflette totalmente l’autore, ovvero piacevolmente disordinato, ricco, suggestivo. Non cercate quindi un filo rosso, un sentiero maestro: nulla di tutto questo esiste. Si passa dal 1969 al 2011 in una pagina, certi episodi importanti vengono liquidati in mezza riga mentre pagine su pagine vengono dedicate ad aspetti per nulla imparentati alla musica, come l’amore per le auto d’epoca. Non è un’autobiografia, ma un casino. Ma vale la pena di leggerla, le pagine trasudano passione, follia. Nessuna rivelazione, amore, passione e coraggio sono i punti fermi di chi dalla vita ha avuto tanto ma tanto ha dato. Quante pagine sugli amici lasciati per strada troppo presto, Danny Whitten chitarrista dei Crazy Horse è il suo grande rimpianto: lo riprese con sè, convinto si fosse ripulito dalla droga, ma quando scoprì che ne era ancora dipendente lo allontanò con un assegno da 50 dollari e un biglietto aereo di sola andata. E la sua morte, pochi giorni dopo, frutto di un cocktail di alcol e valium, segnò per sempre Young, oppresso dai sensi di colpa.
E’ un libro che può essere tremendo. Questo bestione canadese pare essersi attirato contro il più perfido dei destini. Due dei suoi tre figli, Ben e Zeke, sono nati devastati da malattie spietate, e anche lui fra poliomelite e operazioni al cervello è stato messo all’angolo dalla ‘Old laughing lady’, da lui cantata tante volte, magari per sfida. Nonostante questo, Neil Young è uno dei più grandi, un grandissimo. Sicuramente ha scelto le strade meno battute, che portavano in salita, lontano dal successo oceanico di Bruce Springsteen. Sicuramente è il simbolo dell’anacronismo, o almeno lo è stato a lungo. A torto infatti in molti lo hanno considerato giusto un cantante country, fuori dal tempo, ma l’anima rock, congenita in lui, ha affascinato il mondo del grunge, lo ha reso contemporaneo. Il povero Kurt Cobain prima di premere il grilletto scrisse in un biglietto la frase ‘It’s better to burn out that fade away’ (‘è meglio bruciarsi che spegnersi lentamente), verso di ‘Hey hey my my’ da ‘Rust never sleeps’. E probabilmente Neil Young non se l’è mai perdonata anche questa, infatti voleva parlare con Cobain, aveva percepito che stava andandosene, voleva spiegargli come lui aveva fatto a salvarsi dagli abissi. Invece no, un altro senso di colpa, cantato poi in ‘Sleep with the angels’.
Neil Young è e sarà sempre uno dei più grandi. Ha inciso canzoni memorabili e anche stampato dischi assurdi, brutti, contro il parere delle case discografiche (una lo citò, ‘Questo non è un disco da Neil Young’, come accadde a Tom Waits for ‘Swordfishtrombones’), pensate all’album ‘Trans’, un’accozzaglia di suoni elettronici destinata a sconcertare chiunque. Neil cantava col vocoder, un aggeggio che ne modificava la voce, Perché? Perché suo figlio Ben comunicava non con la parola. Eppure in quel disco c’è una canzone, ‘Transformer man’, non male. Non ho tutti i dischi di Neil Young, anche perché ci vorrebbe una stanza in più per accogliere l’epopea discografica del canadese. Tutti amano ‘Harvest’, eppure io dico che anche ‘After the gold rush’ è mitologico. Come pure ‘Rust never sleeps’, come il live di ‘Unplugged’, e la copertina di ‘On the beach’ è degna del museo di Dalì. E vi dico anche vale la pena di vivere solo per ascoltare ‘Like an hurricane’. Una volta lo andai a vedere dal vivo a Lucca solo per ascoltare quella canzone, per farmi portar via dall’uragano. In quella stessa sera, a Genova, ci fu la carica della polizia dentro la scuola Diaz, dove dormiva un mio carissimo amico. E il giorno dopo ho pensato che Neil Young avrebbe scritto per Genova una canzone come ‘Ohio’, dopo i tragici avvenimenti del 4 maggio 1970, durante i quali quattro studenti vennero uccisi dalla Guardia Nazionale in un campus dell’Ohio. Ero sicuro che l’avrebbe fatto.