Assad fa litigare la Turchia e l’Iraq
Un graffio, un avvertimento. Due o tre razzi rpg lanciati contro l’ambasciata turca a Baghdad. Uno solo è andato a segno e ha colpito un muro esterno della rappresentanza diplomatica, nessun ferito. Sarebbe stato un episodio minore, quasi uno scherzo nell’Iraq turbolento che si è materializzato dopo il ritiro dei soldati americani e degli ultimi addestratori di truppe di altri Paesi, fra i quali anche l’Italia, se la piccola “katiuscia” non avesse irritato adddirittura il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu. Il capo della diplomazia turca ha detto di aver indirizzato “i necessari messaggi alle autorità irachene” e tiene a sottolineare che l’ambasciata è sotto la “protezione del governo” di Baghdad. La tensione fra i due Paesi è palpabile e si iscrive in una contrapposizione più vasta che in Medio Oriente vede risorgere la secolare contrapposizione fra sciiti e sunniti. Il terreno di scontro strategico è la Siria, terra nella quale la minoranza alauita (una setta sciita) guidata da Bashar Assad da 8 mesi reprime nel sangue la rivolta della maggioranza sunnita, il 59 per cento della popolazione.
La sunnita Turchia appoggia i ribelli e ospita sia i leader civili dell’opposizione che si riconosce nel Consiglio Nazionale Siriano sia il colonnello Riad al-Asaad, capo dei militari disertori di Damasco che hanno dato vita al Libero esercito della Siria. Sul fronte opposto sono schierati gli Hezbollah libanesi e l’Iran, il paese guida dello sciismo che avrebbe inviato in Siria uomini delle brigate al-Qods specializzati nelle operazioni “coperte”. Il fronte ha risucchiato anche l’Iraq. Nella “terra fra due fiumi” gli sciiti sono il 65 per cento. A questa comunità religiosa appartiene il primo ministro Nouri al-Maliki. Non a caso il 27 novembre, il giorno nel quale la Lega Araba ha votato le sanzioni contro la Siria, il Libano e l’Iraq si sono astenuti. L’Occidente appoggia l’ampio fronte sunnita con molta discrezione.
L’asse fra gli Usa e la Turchia pare risorto. L’emiro del Qatar Hamad Bin Khalifa al-Thani ha rotto il muro dell’ipocrita reticenza e ha parlato apertamente alla Cbs di “intervento militare” in Siria. Le sue forze speciali hanno pianificato e diretto in agosto l’assalto dei ribelli libici a Tripoli. Il razzetto di Baghdad ha portato alla luce il Grande gioco del Medio Oriente.