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Marò, l’India conferma: mai la pena di morte

  NUOVA DELHI È DI IERI la rassicurazione del ministro dell’interno Sushil Kumar Shindle  che Massimiliano Latorre e Salvatore Giron (foto Ansa) e, accusati dall’India di aver ucciso due pescatori del Kerala il 15 febbraio dell’anno scorso, rischiano solo l’ergastolo, ma non la pena di morte sulla base dell’articolo 34 C della legge indiana sulle estradizioni. Grazie mille, signor ministro. Peccato che il professor Sasikala, numero uno dell’Istituto di medicina legale di Kollam, abbia scritto il 16 febbraio che Jalastine e Pink furono uccisi da proiettili calibro 7 e 62 e non 5 e 56 come quelli in dotazione ai fucilieri di marina italiani. Per «restringere» le pallottole è stata necessaria la perizia balistica indiana.
Il generale Luciano Garofano, ex comandante del Ris dei carabinieri, spiega che i due maggiori del Ros dell’Arma che hanno partecipato come osservatori hanno potuto «assistere solo all’apertura dei plichi e allo sparo con le armi sequestrate». Agli ufficiali sono stati fatti mancare due pezzi fondamentali e cioè la certezza che i proiettili siano stati estratti davvero dai corpi dei pescatori morti e la «partecipazione agli esami con il microscopio comparatore», gli unici che permettono di stabilire da quale arma è stato esploso un proiettile. «Il calibro 5 e 56 – aggiunge il generale – tanto per fare un esempio è usato anche da armi cinesi». Gli investigatori del Kerala però recuperano 4 pallottole, due per fucile.  Debbono dimostare che uno ha ucciso un pescatore e uno è finito sulla barca, il Saint Antony.
 
 CONTROLLANDO i numeri di matricola alla Marina militare italiana risulta, già dal maggio 2012, che le armi che hanno sparato siano di due militari dei quali non si era mai parlato, i sottocapi Andronico e Voglino. Colpo di scena? Che la perizia balistica fosse grossolanamente manipolata questo giornale lo ha scritto subito. Analizzando i fotogrammi del Tg 1 e del Tg 2 Luigi Di Stefano, perito per l’Itavia nel processo per il Dc 9 abbattuto nel cielo di Ustica, aveva scoperto che era stata sbianchettata e riscritta con una macchina per scrivere diversa nei due passaggi cruciali, quelli che associano i proiettili repertati ai nomi delle vittime. Un falso che ora potrebbe essere confluito nel fascicolo della National Investigation Agency responsabile della nuova inchiesta e del capo di imputazione consegnato in questi giorni alla sezione speciale della Corte suprema che dovrà giudicare  i marò. C’è di che non stare tranquilli.