Liberalizzazioni e dolori
Sotto lo spettro di un biennio di recessione, l’era del governo Monti si apre come un’infausta epoca di lacrime e sangue, scandendo provvedimenti finanziari che nei primi afflati appaiono più uno stillicidio delle umane capacità di sopravvivenza piuttosto che un piano di autentico sviluppo e di crescita. Una cura da cavallo, per il bene di tutti, per risultati che non saranno immediati ma che giungeranno, per l’Europa che rimane un bonum in se. Forse.
All’interno di questo quadro dai contorni più o meno discutibili, nel bel mezzo del terremoto sistemico e del dilagante disappunto, si apre la faglia di una delle riforme più necessarie al paese, la liberalizzazione settoriale. “Quando si chiedono sacrifici alla gente, serve la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi, altrimenti l’operazione non può riuscire”, sosteneva Berlinguer, in uno dei suoi più famosi aforismi. “Mutatis mutandis, se non per tutti almeno per una maggiore percentuale della popolazione”, sembra suggerire con questo provvedimento la politica di Monti, nonostante questa strada rimanga ancora costellata di innumerevoli porti franchi da scandagliare.
Tra i molti discutibili fondamenti del paradigma liberista, la libertà di mercato è forse una delle poche verità, sicuramente la più democratica. Un mercato privo di barriere all’ingresso offre vantaggi che tracimano in molteplici dimensioni dell’esistere quotidiano, in primis nell’immediato incremento del benessere del consumatore, generato dalla forte riduzione dei prezzi di accesso del servizio promossa dall’allargamento dell’arena competitiva. Naturalmente una liberalizzazione porta con sé un incremento di competitività a livello sistemico: eliminando le rendite di monopolio, determinate dal potere detenuto da un numero ristretto di operatori in quanto unici offerenti del servizio, la concorrenza stimola un contenimento dei costi e un innalzamento della qualità, mediante un più efficiente utilizzo dei fattori di produzione e maggiore innovazione.
In un’ottica interpretativa più ampia, è innegabile che la liberalizzazione dei settori coinvolti rappresenti un’operazione di assalto a una struttura di vantaggi precostituiti, aggredendo la legittimità di un sistema di mercimonio ed ereditarietà di un trattamento privilegiato. Se la categoria dei tassisti, con una stratificazione sociale più articolata e almeno originariamente, meno elitista, può incontrare qualche forma di solidarietà sociale -soprattutto considerando che il decreto colpisce gli operatori presentemente vittime del sistema poco ortodosso della compravendita delle licenze-, non si può dire che la riforma urti particolarmente il senso comune del gusto per la classe dei notai, o, per quanto riguarda il regime di Trenitalia e la sua inopinata defraudazione del comune diritto alla mobilità su rotaia.
Lungi dagli scopi di questo post affermare che la concorrenza non sia priva di paradossi, e tantomeno che l’azione della mano visibile sia sempre esecrabile. Ad ogni modo, soprattutto nello scenario attuale, in cui l’assenza a livello globale di un qualsiasi intervento statale sull’economia impone vincoli alla capacità di spesa degli individui e all’insieme di servizi pubblici cui ha accesso, il fatto che in Italia l’ultimo baluardo di statalismo si concretizzi nel perpetrare i paradossi dell’oligopolio e della tutela di poche lobbies rappresenta solo l’ennesima petizione di principio nella storia del nostro paese.
Le resistenze alla riforma rappresentano l’emblema di come capire e disilludersi non sia un processo che contenga in se i germi dell’accettazione. E’ così che una classe immatura, forzatamente costretta al passaggio all’età della ragione, si trova a fronteggiare la realtà delle cose sprovvista dei mezzi necessari a sostenerne le conseguenze. Oppure con le risorse sufficienti per farlo, ma senza le energie per gettare un insieme strutturato di vantaggi precostituiti dalla finestra, scoprendosi a invocare nostalgica, negli echi di leader più o meno in disgrazia, la vecchia formula di inconsapevolezza e illusione. Se prima si illudeva forse non sapendo, adesso che ha capito, l’Italia dei privilegi è ora che si appresti ad accettare.