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Ma Cuba cambierà mai?

In attesa che il Papa arrivi nella Isla Grande il 26 marzo, dopo la sua tappa di Leon (Messico), ci si chiede come il regime dei Castro giustificherà ancora la mancanza di libertà nella quale Fidel prima e Raul dopo – ma sicuramente con la sovrintendenza del fratello – stanno facendo vivere il loro popolo. Il dissenso è fortemente combattuto e la recente morte di Wilmar Villar Mendoza, 31 anni, deceduto in ospedale dopo lo sciopero della fame in carcere, è un brutto segnale. Il processo con il quale poche settimane fa Mendoza era stato condannato a quattro anni di carcere è stato definito “iniquo” dalla Unione patriottica cubana, che con le donne in bianco ha svolto una serie di maniifestazioni perché la sentenza  fosse rivista. Amnesty International si è mossa chiedendo alle autorità di L’Avana di rilasciare tutti i prigionieri “di coscienza” e di smetterla di arrestare chi partecipa a manifestazioni pacifiche per i diritti politici e umani. Ovvio che Raul Castro abbia dichiarato assolutamente non vero che Mendoza sia morto a causa della sua permanenza in carcare, ma si sia trattato di una morte naturale: all’insorgenza di un malore, l’uomo sarebbe stato portato all’ospedale dov’è deceduto. Difficile da credere questa versione, che non è la prima volta che sentiamo.

Anche perché che qualcosa non funzioni a Cuba ce lo ricorda quotidianamente la vicenda di Yoani Sanchez, la giovane blogger che lotta perché sull’isola sia libera la circolazione delle idee e finiscano le persecuzioni alla libertà di stampa. Yoani, tradotta in Italia dall’amico Gordiano Lupi, chiede ripetutamente di uscire dall’isola e questa possibilità gli è sempre stata negata. Recentemente le è arrivato un invito dal Brasile, per partecipare a Salvador de Bahia alla presentazione di un documentario proprio sulla libertà di espressione. Il regime castrista ha detto no per l’ennesima volta, ma Yoani non si è data per vinta e ha scritto una lettera alla presidente del Brasile, Dilma Rousseff, perorando la sua e le cause di tutti i dissidenti. Dilma sarà fra l’altro il 30 gennaio a L’Avana per una vistia di Stato e quindi potrebbe davvero parlare di questo anche perché sembra glielo abbia chiesto anche il suo predecessore, Luis Inacio da Silva, ovvero Lula.

La Rousseff ha dimostrato di avere un approccio alla politica internazionale diverso da quello di Lula, che con Chavez e Castro aveva in pratica formato un triangolo estremista per il Sud America in versione esclusivamente anti-Usa. I risultati di Lula sulla crescita interna sono stati enormi e anche a livello internazionale è riuscito a crearsi uno suo largo consenso, ma puntando soprattutto su Paesi scaricati dall’Occidente, come Palestina, Iran e appunto i dittatori latinoameriani, cercando di accreditarsi come mediatore. Ora la Rousseff si muove sul terreno “meno Teheran più Washington” e potremmo anche sperare che spieghi ai Castro che cosa vuol dire libertà, lei che ha combattuto fino al 1985 per conquistarla contro i militari che per vent’anni in Brasile hanno fatto il bello e cattivo tempo. Libertà è partecipazione. Fidel (e Raul) hanno sempre pensato che fosse una “partecipazione di famiglia”. Invece dovrebbero capire che – proprio per salvaguardare le cose buone che resistono di questo ultraquarantennale potere assoluto – solo l’apertura alla discussione interna pacifica e al contatto con il mondo esterno possono salvaguardare da diventare veramente ostaggio degli Stati Uniti e trasformare al tramonto dei Castro la Isla Grande, meravigliosa, nella Repubblica Dominicana, faraonico e insopportabile luna park inghiotti dollari.