Il ‘segretario’ Renzi, tra ‘tessere’ e ‘partito’
Uno dice che di certo «gli verranno le bolle». Un altro prevede che «finirà per ammalarsi». Un terzo tira le somme con realismo: «Avrebbe voluto farne a meno, ma non potrà». Tutto cambia, per Matteo Renzi. E i renziani non hanno dubbi: l’uomo di popolo dovrà diventare uomo di partito, l’uomo delle primarie dovrà giocarsela al congresso. Partito, congresso: parole micidiali, per un anticonformista della politica; parole antiche, che sanno di Casta, ma che Renzi dovrà imparare a pronunciare. «Lo farà alla sua maniera, ma lo farà», dicono nell’entourage.
E si capisce il perché. Col Pd sfasciato e un governo che nasce, l’aspirante premier dovrà aspettare il suo turno col rischio di ritrovarsi un partito ostile, che al momento opportuno non gli concederà le primarie e che seppure dovesse candidarlo «fatalmente — dicono in coro i renziani — gli remerebbe contro in caso di vittoria facendogli fare la fine di Prodi». Perciò, ammette Matteo Richetti, Renzi «dovrà essere in campo da subito facendo coincidere il ruolo di segretario del partito con quello di candidato premier». Perciò, rilancia Roberto Reggi, «dovrà giocare la sua partita nel congresso candidandosi a segretario».
Glielo stanno già chiedendo in molti e non solo a Roma, ma anche sul territorio. Il presidente dell’Associazione dei comuni d’Italia Graziano Delrio è preso d’assalto e come lui tutti i renziani più noti sparsi per la penisola. In parlamento già si contano le conversioni renziane sulla via del congresso: veltroniani, franceschiniani, dalemiani, lettiani, e persino bersaniani e giovani turchi stanno ormai inneggiando al leader del domani. E sul territorio è lo stesso. Debora Serracchiani, per dire, dopo mille invettive s’è recentemente fatta renziana e, sorride orgoglioso un renziano della prima ora, «anche per questo ha vinto le elezioni ed è diventata governatrice del Friuli». Ma la lista degli amministratori bersaniani folgorati dal renzismo è già lunga: il presidente della provincia di Pesaro Matteo Ricci, il sindaco di Rimini Andrea Gnassi, il sindaco di Perugia Wladimiro Boccali… La lista è lunga, e ogni membro della lista sta supplicando Renzi di non perdere il treno del congresso, di dargli la linea in vista delle assemblee provinciali, di difenderlo, di coinvolgerlo in cambio di pacchetti di voti sonanti e di tessere congressuali. Orrore, le tessere.
Il povero Matteo se ne sta facendo una ragione. E forse se l’è già fatta. Sognava nuove primarie, dovrà acconciarsi a un vecchio congresso. Ha già cambiato linguaggio («non più distruttivo, ma costruttivo», sintetizza Reggi) e il semplice fatto che oggi sarà alla Direzione del Pd, dove solo due volte in tanti anni s’è affacciato, è indicativo della strada scelta. Da oggi, Matteo Renzi dovrà parlare da leader di popolo e al tempo stesso leader di partito. Dovrà fare accordi, trattare posti, coinvolgere vecchi nemici che non chiedono di meglio che essere coinvolti. Poi, certo, tutti dicono che lo farà alla sua maniera e che la sua maniera non avrà nulla a che vedere con lo stile dei Bersani, dei Veltroni, dei Franceschini e giù giù fino ai D’Alema. Anche il partito dicono che cambierà. Lo vorrebbe leggero, «all’americana». Ma sa di vivere in Italia. Lo sa perché, raccontano, «si è reso conto che il modo di impostare le primarie al Nord non funzionava al Sud». Lì funzionano ancora le clientele, e chissà quante «bolle» vederemo spuntare sul viso del giovane Matteo Renzi.