Letta e il dovere dell’ottimismo
Un discorso avvolgente, inclusivo, in cui ciascuna parte politica e sociale ha potuto trovare molto di sè: di quel che pensa, di quel che sogna, di quel che esige. C’è di tutto e ce n’è per tutti, nel discorso con cui ieri Enrico Letta ha ottenuto la fiducia alla Camera. Tutto tranne un nemico, un fronte aperto, una linea di frattura. Perciò, come lui stesso ha sottolineato, è stato un discorso ispirato non alla politica come rapporti di forza e interessi di bottega (‘Politics’, dicono gli anglosassoni, la cui lingua, a differenza della nostra, prevede la distinzione), ma alle politiche come visione generale e soluzione pragmatica dei problemi (‘Policy’). Un discorso di tregua, dunque. Pronunciato con antica sapienza democristiana e faccia da boy scout. Per l’Italia, ha l’aria d’essere l’ultimo treno. Da tempo, i pessimisti — e noi con questi — vincono le loro scommesse. Ma vincono sulla pelle del Paese e, dunque, contro gli interessi dello stesso scommettitore. Ora basta. Scordiamo l’Italia dei guelfi e dei ghibellini, dei campanili e dei clan; proviamo a sentirci un’unica nazione eccezionalmente unita nel momento eccezionale. Di fronte alle riforme sia economiche sia istituzionali tracciate dal neopremier e alla convergenza straordinaria di Pd e Pdl con la significativa astensione leghista, si ha il dovere dell’ottimismo. Poi, certo, se la lunga lista di costosi impegni l’avesse stilata Berlusconi molti riderebbero domandandosi «con quali soldi?». Nel caso di Letta, personalità politica stimata da euroburocrati e banchieri, c’è una risposta: i soldi conta vengano dall’allentamento dei vincoli europei e dal crollo dello spread. Questo governo non nasce infatti attorno a palazzo Chigi ma a via XX Settembre, sede del ministero dell’Economia, dove il capo dello Stato ha fortemente voluto un uomo di Bankitalia. La Bankitalia di Mario Draghi, governatore della Bce. Il ‘viaggio in Europa’ di Letta non sarà dunque l’occasione per accreditarsi, ma per esigere quel che spetta all’Italia e che la stanca ripresa dell’eterno conflitto politico vanificherebbe. Proviamoci. Poi, tra un paio d’anni almeno, nemici come prima.