Se il Pd che divora i suoi figli
Evidentemente preda della sindrome di Crono, il Pd continua a divorare i propri figli. Non c’è snodo politico, ormai, che non si concluda con la testa mozza di qualche illustre dirigente voluttosamente esibita come monito dai clan rivali. In principio fu la rottamazione di D’Alema e Veltroni volentieri eseguita da Bersani col pretesto di Renzi. Poi toccò allo stesso Renzi, che avendo sostenuto la necessità di, volendo vincere le elezioni, conquistar voti nel campo avverso fu a lungo considerato un traditore di classe, la brutta copia di Berlusconi. Venne allora il momento di eleggere i presidenti di Camera e Senato, e, sia pure senza clamore, a rimetterci le penne furono Franceschini e la Finocchiaro. Di lì a poco, lungo la strada del Quirinale rotolarono rumorosamente i cadaveri politici di Marini e di Prodi. Giorgio Napolitano s’è salvato per un soffio. Buona parte dei pasdaran di Bersani si era nel frattempo affrancata dal leader in disgrazia e ne chiedeva ora la testa. Molti erano divenuti renziani. E lo stesso Renzi pugnalava la Finocchiaro alla schiena con argomenti futili (la scorta da Ikea) rumorosamente esibiti nel silenzio dei vertici. Qualche giorno di tregua per tirare il fiato. Ed ora che tocca eleggere un «segretario di transizione» tutto ricomincia, sì che uno via l’altro vengono gettati nel tritacarne i nomi di Epifani, Cuperlo, Chiamparino, Errani… Una foga indomabile e autodistruttiva ha dunque preso i capiclan del partito, che attendono già con ansia di potersi scagliare contro l’obiettivo più gustoso: Enrico Letta, un premier in carica. Che goduria, compagni! Ma attenti, quando infine ne rimarrà uno solo, da lui ci si aspetterà che faccia la nobile fine del Galata: che si suicidi.