Una fuga in avanti
LA VIA dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Così, le parole del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e sull’immigrazione clandestina, hanno sollevato un polverone del quale non hanno bisogno né l’Italia né un governo nato con un mandato preciso: crescita economica, lavoro, riforme istituzionali.
Un polverone che rischia di instradare la ricerca di una scelta di civiltà e la soluzione di un problema reale, delicato e importante come quello dell’immigrazione, sui binari ciechi della contrapposizione ideologica. Da una parte e dall’altra. Una fuga in avanti umanamente condivisibile ma politicamente sbagliata al punto da rischiare di innestare una retromarcia su un terreno che, senza strappi ma con molta fatica, ha da tempo registrato passi in avanti tra i partiti. Anche grazie alle parole spese dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in più occasioni. PAROLE chiare, queste: «Mi auguro — disse — che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità». Senza strappi, senza anticipazioni tv, senza assoldare Balotelli prima del tempo: in Parlamento, appunto. Il paese è maturo, le forze politiche sapranno dimostrarsi all’altezza e difficilmente potranno permettersi di deludere il Presidente che hanno rieletto. Ma la realtà impone riflessioni che non possono riguardare solo la carta d’identità. Il nostro è un paese che sul tema della sicurezza e sul controllo dei flussi migratori ha fallito più volte. Un paese colabrodo che non si è dimostrato spesso all’altezza dell’accoglienza che ha promesso.
È UN paese che oggi è in crisi profonda, che non cresce e che non ha lavoro da offrire né agli italiani né agli stranieri. Allo stesso tempo è un paese che è obbligato a fare i conti con immigrati che stanno da anni in Italia, lavorano, pagano le tasse, sostengono economia e welfare, e possono dare prospettiva a un’Italia che non fa figli e invecchia. Questi conti si fanno consolidando i diritti e anche parlando di cittadinanza. Magari semplicemente per cambiare una legge, quella attuale, che stride ormai con la realtà senza necessariamente abbracciare integralmente lo ius soli: principio in base al quale si acquisisce automaticamente la cittadinanza del paese nel quale si nasce dal momento in cui si viene al mondo. Nessuna persona di buon senso può negare la cittadinanza in tempi ragionevoli a chi, immigrato, vive e lavora regolarmente da vent’anni in Italia. O ai suoi figli. Ci sono bambini e ragazzi, figli di immigrati, che vanno a scuola con i figli degli italiani, parlano bolognese con la essssse, toscano senza la c, il milanese come il bergamasco. Tifano viola, rossoblù, bianconero. Come glielo spieghi che non sono italiani? Come glielo spieghi, soprattutto ai tuoi figli? Poi, però, c’è l’altra faccia della medaglia: la paura e l’insicurezza indotti, per esempio, da quegli episodi di criminalità che coivolgono cittadini stranieri, irregolari, persone che non sono state espulse quando da tempo non dovrebbero essere più qui. Tutto questo forma un mosaico fragile che può essere maneggiato solo a una condizione affinché non vada in frantumi: con sobrietà. Senza buonismi e retorica. Senza guerre ideologiche sulla pelle dei bambini. Anche di quelli italiani.
Publicato su Qn il 6 maggio 2013