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L’andreottismo che gli sopravviverà

Non era uomo di Stato né di partito, Giulio Andreotti: era uomo di potere. E del potere politico aveva una visione pragmatica che lo portò a stringere accordi con chiunque potesse essere utile alla causa. La sua causa. Naturalmente indentificata con l’interesse generale. Una visione, quella andreottiana del potere, tipicamente romana e curiale essendo Roma e la Curia i due principali affluenti di quel fiume carsico che è stato, e in certo senso ancora sarà, l’andreottismo. D’istinto, i romani difendono lo status quo, si arruffianano i potenti illudendoli d’esser serviti e invece servendosene: è questa anche la logica del potere vaticano, all’ombra del quale Andreotti prosperò. Una logica che si fonda su una certa idea cattolica della natura umana e delle umane vicende, che parte dall’assunto del peccato originale e giunge alla conclusione che le cose terrene vanno accettate per quello che sono. Mai pensare di poterle cambiare. Ecco, se Andreotti con la sua arguzia, la sua intelligenza politica, le sue relazioni internazionali, la sua memoria prodigiosa e la sua ironia è ovviamente irripetibile, per l’andreottismo è diverso. L’andreottismo sembra infatti destinato a sopravvivergli, essendo forse proprio questa la cifra più sottile e profonda del Paese. Un Paese irriformabile. E infatti di Andreotti Cossiga diceva: «Ha sempre pensato che le istituzioni o si riformano da sole o non sono riformabili». Di Andreotti sopravviveranno dunque il cinismo, il «tirare a campare» e l’eterna lotta per il potere in quanto tale. Tratti arciitaliani, da lui elevati a pratica di governo e quantomai attuali oggi che lo Stato e i partiti sono ridotti ai minimi termini. Poi, certo, si può giocare sulle analogie. Si può notare che la morte del Divo Giulio cade nei giorni in cui si teorizza la rinascita della Dc grazie a un governo, quello guidato dal postdemocristiano Enrico Letta, fondato su un «compromesso storico» come lo fu quello con cui nel ’78 Andreotti conciliò Dc e Pci. Si può scherzare osservando il dilagare della prassi andreottiana di tenere assieme ogni cosa, conciliare gli opposti, far convivere Cristo e Belzebù. Si può giocare, appunto, si può scherzare. Sapendo però che né il contesto né i protagonisti di oggi hanno qualcosa in comune con quelli di ieri.