Quella Tav che allontana il Pd dal governo
Sarà dunque, e in parte già è, la Tav uno dei principali banchi di prova del governo. Una prova, è il caso di dire, che si disputerà lungo un doppio binario: ordine pubblico e tenuta politica della stranissima maggioranza che sostiene l’esecutivo Letta. Dopo l’assalto di lunedì notte al cantiere di Chiomonte e le successive minacce agli operai che vi lavorano — incredibilmente definiti «crumiri che si mettono fuori dalla comunità» — è infatti chiaro che una parte certo minoritaria ma non per questo inoffensiva del movimento No Tav si sta pericolosamente avvicinando a quel «salto di qualità» che negli anni Settanta trasformò la protesta in terrorismo. La Tav, infatti, è un simbolo: simbolo del Capitale, simbolo delle grandi opere pubbliche, simbolo degli interessi organizzati, simbolo persino dell’Europa e delle sue élite. La Val di Susa diventa così l’occasionale campo di battaglia di una guerra politica, sociale ed antimodernista sostanzialmente eversiva. Difendere gli impegni presi con la Francia e dunque la decisione di realizzare l’opera sarà per il governo l’occasione per difendere se stesso, la propria credibilità internazionale, la propria autorevolezza interna. Dovrà farlo con determinazione. Con ogni mezzo, dunque. Ce la farà? Ieri, chiamato a rispondere a un’interpellanza in Senato, il sottosegretario Girlanda s’è trovato a fronteggiare le proteste dei Cinquestelle e di Sel. Il Pd non l’ha difeso né avversato: se n’è lavato le mani. Ma il 24 maggio i suoi ministri dovranno ratificare il trattato internazionale sulla Torino-Lione e subito dopo la parola passerà al parlamento. Considerando che, come dimostra l’uscita del capogruppo Zanda sull’ineleggibilità di Berlusconi, buona parte del Pd non intende tagliare i ponti verso grillini e vendoliani, sarà interessante vedere quale posizione verrà assunta dal partito. Per ora, siamo alla testa sotto la sabbia. Da Roma, nessun ‘alto’ dirigente del Pd s’è infatti sentito in dovere di solidarizzare pubblicamente con l’operaio ferito. «Il partito mi ha lasciato solo a contrastare i violenti», lamenta il senatore piemontese Stefano Esposito, favorevole all’opera. E se è vero che Gabriele Salvatores girerà un film sui No Tav, rendendo così ‘politicamente corretta’ e indubbiamente ‘di sinistra’ la loro battaglia, l’imbarazzo del Partito democratico sarà probabilmente destinato ad acuirsi.