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Do you remember “spending review”?

 C’è un grande assente, nel dibattito politico degli ultimi mesi: la spesa pubblica. Se ne parlò molto durate il governo Monti, ma poiché se ne parlò in inglese (come dimenticare la ‘spending review’?) con la caduta del Professore il tema s’è inabissato all’istante. Monti fece poco, ma parlò molto. I suoi successori non ne parlano affatto. Tuttavia non passa giorno senza che il governo non ci ricordi che non c’è un euro e l’unica speranza per finanziare le riforme annunciate dal premier Enrico Letta è che l’Europa allenti i vincoli che gravano sul nostro Paese. Eppure, al netto degli interessi sul debito, tra il 2000 ed il 2010, la spesa pubblica italiana è aumentata di 141,7 miliardi di euro. Il 24,4% del totale. E i dati degli ultimi due anni confermano la tendenza. Obiezione: come dimostrano i casi francese e britannico, per tagliare o razionalizzare la spesa pubblica occorre tempo, un’intera legislatura, mentre il governo Letta è appeso a un filo e di tempo ne avrà poco. Tutto vero, ma se questo governo vorrà realizzare il mandato che si è dato dovrà comportarsi come se fosse il più stabile del mondo e come se avesse di fronte i cinque anni canonici. Per abolire le province e il Senato bastano pochi mesi, ma occorre volontà politica. Abbiamo le forze armate col maggior numero di alti ufficiali di tutta la Nato, i costi della politica tra più alti d’Europa, non una ma tre diverse forze di polizia, la pubblica amministrazione col maggior numero di dirigenti. Vogliamo parlarne? Non occorre fare macelleria sociale aggredendo scriteriatamente i comparti più onerosi (scuola e sanità) e non è detto sia necessario privatizzare il privatizzabile, basterebbe metter mano alla spesa per l’acquisto di beni e servizi. O vogliamo davvero lasciar credere che di quei quasi 150 miliardi di euro che lo Stato spende ogni anno non se ne possano tagliare una trentina? Un’unità operativa della Polizia costa 25,5 euro ad abitante nella provincia di Bergamo e 358 in quella di Isernia: va bene così? E perché non aderire alla battaglia della radicale Rita Bernardini contro l’autodichia? Si tratta del principio in base al quale gli organismi costituzionali non rendono conto a nessuno dei propri bilanci, principio nato per tutelare l’autonomia della politica e cresciuto nella difesa di spese inutili e privilegi. La Corte dei Conti e di recente anche la Cassazione hanno sollevato il problema. Inutilmente. Nel 1999, l’allora premier D’Alema, uno che al primato della politica crede fino in fondo, condusse una battaglia per sottrarre alle competenze del Tesoro anche il bilancio della sede del governo. Una questione di pari opportunità. Ma come, Camera, Senato e Quirinale fanno come gli pare, e palazzo Chigi no? D’Alema la spuntò, naturalmente, e da allora le spese sono quasi raddoppiate anche lì. Ora, il punto non che gli oltre 4mila dipendenti di palazzo Chigi forse sono troppi, né che i dipendenti del Senato incassino fino alla sedicesima mensilità, né che ciascuno dei tre vicepresidenti di ogni ramo del parlamento percepisca quasi 3mila euro netti ogni mese oltre al proprio stipendio. Il punto è: possiamo ancora permettercelo?