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Se il Pd vuole avere un futuro non può che affidarsi a Letta e Renzi

Enrico Letta, il premier di questo governo di larghe intese, parla bene di Matteo Renzi. Matteo Renzi, il sindaco di Firenze portatore sano di una nuova maniera di intendere la politica, parla bene di Enrico Letta. A sentirli sembra quasi (sembra, perché in politica sempre meglio andare coi piedi di piombo) che i due siano amici. E l’età ce l’avrebbero quasi per essere amici: 46 anni Letta, 38 anni Renzi, pisano il primo, fiorentino il secondo.
Per uno strano incrocio, poche ore fa mi è capitato di assistere, a due distinte esibizioni dei due. Renzi l’ho visto dal vivo, come si usa dire: era a Viareggio a sostenere al ballottaggio il candidato sindaco del Pd Betti; Letta l’ho seguito su La7, intervistato da Lilli Gruber. E devo dire che tra i due è stato un bel confronto a distanza.
Renzi, applaudito da un migliaio di persone in piazza, ha conquistato col suo solito modo di fare e di porsi: parla di cose serissime con tono ironico e leggero, non rinuncia a battute e ammiccamenti vari. Dice tutto con una grande passione, una passione che sembra spingerlo sempre oltre l’ostacolo, oltre la diffidenza da cui talvolta viene anticipato. A vederlo così determinato, così convinto di ciò che racconta, del suo amore per la politica, per la bellezza, per la città che amministra, per il Paese che un giorno potrebbe amministrare, per il rispetto del bene comune, non meraviglia che riesca a conquistare tanti cuori vaganti. E non meraviglia che alla fine tutti gli si facciano attorno per stringergli la mano, per complimentarsi, perfino per chiedergli un autografo.
Letta, ospite della Gruber, una giornalista tosta che non fa mai sconti a nessuno, che non lascia indietro domande scomode, mi ha impressionato per la sua tranquillità, la sua serenità, il suo equilibrio, la sua preparazione. Anche per il suo ottimismo e perfino per la sua determinazione: come quando ha detto che il suo governo può durare cinque anni (ed è stato un bel dire in un momento in cui molti un giorno sì e uno pure lo danno per agonizzante). O come quando ha detto che le riforme, le tanto sospirate riforme a cui stanno lavorando i 35 saggi, devono essere fatte entro diciotto mesi, sennò tutti a casa, lui per primo. Mi è piaciuto anche quando ha fatto riferimento a vicende personali: come i sacrifici che sta chiedendo alla famiglia per il frenetico impegno che gli è stato affidato o quando ha rivolto un pensiero nostalgico al motorino che da quando è premier non può più usare per spostarsi per Roma.
A seguire Letta, strano lavorio delle cellule cerebrali, mi è tornato in mente, per lui, uno slogan di Carosello di tanti anni fa: la forza dei nervi distesi. Poi forse non è così, di notte e pure di giorno Letta magari si macera e si contorce, ma è quella la sensazione che è riuscito a trasmettere.
Letta e Renzi, Renzi e Letta. Per dire, non so cosa frullerà in mente ai due, non so come evolveranno le situazioni politiche e personali, non ho la minima idea di come si potranno sviluppare i desideri di ciò che vorranno fare da grandi, però sono convinto di una cosa: che il futuro del Pd non può che passare attraverso il loro lavoro, il loro impegno complementare, attraverso, speriamo, la loro amicizia. Letta e Renzi, secondo me, sono il futuro del Pd. Ammesso che il Partito Democratico abbia voglia di un futuro o non insegua l’antica aspirazione al suicidio.