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Tre sorelle e tanta follia

IMPLACABILE, alla fine è arrivato anche il verdetto dell’ultima delle tre sorelle occidentali del rating: Fitch ha tagliato il giudizio sul merito di credito e sulle prospettive del sistema Italia (assieme ad altri quattro paesi) come avevano già fatto S&P, Moody’s e ancor prima la cinese Dagong, apripista nel farci scendere in serie B nella classifica dell’affidabilità del paese.

Come sempre ha pronunciato la sentenza il venerdì, dopo la chiusura dei mercati finanziari europei, tanto per coprirsi in qualche modo la coscienza dalle accuse di incitare la speculazione e di alimentare la paranoia dei mercati: gli operatori avranno il week end di tempo per riflettere su una decisione comunque annunciata da almeno un mese e indefinita solo nell’entità del taglio.

Secondo uno studio americano del Boston College, ogni salto all’indietro nella valutazione del rating costa all’incirca lo 0,42% in più negli interessi richiesti dal mercato per controbilanciare il maggior rischio insito nel declassamento. Lo Stato italiano perde due gradini e potrebbe lasciare sul campo miliardi, se si considera l’ammontare del debito pubblico che dovrà rifinanziare nel corso del 2012. Nonostante i buoni risultati dei Bot delle aste di ieri.

NELL’ORTODOSSIA del rating, una nazione non può rimanere nel club dei popoli migliori quando ha così alti differenziali di rendimento tra i propri titoli di debito e quelli delle nazioni leader (Germania, Stati Uniti o Inghilterra) e dunque paga interessi cospicui, nonostante la cura Monti abbia abbassato di qualche linea la febbre del Belpaese malato. Cosa che Fitch riconosce, limitando il declassamento.

L’ITALIA TUTTAVIA non riesce da almeno un decennio a sviluppare il proprio sistema produttivo, ad aumentare la ricchezza e il benessere delle famiglie che hanno subito la perdita del potere d’acquisto dei loro stipendi e vedono aumentare le disuguaglianze. Ad incentivare ricerca e sapere. Dunque la scelta di Fitch è comprensibile.
Però insieme ai disastrosi ritardi italiani e ai danni della inadeguatezza della leadership franco-tedesca nella conduzione dell’Europa, bisogna anche ricordare le beffe che provengono proprio dalle agenzie di rating e dal modo in cui il loro lavoro si è trasformato nel corso degli anni, segnati dagli svarioni sui disastri finanziari di WorldComm, Enron, Parmalat o Lehman Brothers.
Standard & Poor’s e Moody’s sono arrivate oggi a controllare più o meno il 40% ciascuna del mercato americano, Fitch il 15%: le prime due, secondo le stime di Timothy Lynch dell’Università dell’Indiana, esprimono giudizi su titoli per un valore di trentamila miliardi di dollari, in soldoni all’incirca 18 volte la ricchezza prodotta in un anno in Italia. Esprimono quindi un potere immenso e crescente, malgrado le valutazioni a dir poco severe nei loro confronti proprio del Senato americano, che le accusa di utilizzare sistemi di elaborazione del rating imprecisi. Ne denuncia incapacità, conflitti di interessi, lassismo, scarsa visione: in pochi anni, 10 mila titoli valutati a pieni voti nell’era d’oro dei subprime sono diventati bond spazzatura. Con perdite ingentissime per i risparmiatori e contraccolpi drammatici sull’economia reale delle aziende e delle persone.

MA NULLA potrà mai cambiare finchè i regolamenti delle autorità finanziarie mondiali continueranno a far riferimento proprio ai rating delle agenzie per vigilare sulla qualità degli investimenti di fondi pensione e assicurazioni: chi ha valutazioni sotto la A spesso fatica ad essere inserito nei portafogli degli investitori, soprattutto istituzionali. I requisiti di solidità richiesti agli istituti di credito si basano su rating delle agenzie e le stesse valutazioni delle banche centrali poggiano su di loro.
 

Dunque sono giganti quasi intoccabili e hanno conflitti di interessi spesso inestricabili. Per contrastarle gli Stati Uniti qualcosa hanno tentato nel 2010, con il Dodd Frank Act che proibisce alle banche di usare solo i rating delle agenzie e ha messo in moto l’evoluzione di tre sistemi di valutazione autonomi e alternativi del merito di credito.
In Italia ci limitiamo al lavoro di un paio di intraprendenti pubblici ministeri, che indagano e perquisiscono gli uffici delle tre sorelle sulla base di esposti dei Consumatori. Il vecchio continente non va molto oltre, al di là delle chiacchiere, e invoca la nascita di una agenzia tutta europea, alla quale poter chiedere di controbilanciare i giudizi poco imparziali provenienti da oltre Atlantico. Troppo poco. E una follia: se la soluzione dovesse essere la nascita di un’altra agenzia, affideremmo le nostre speranze nelle mani sbagliate.