Il caparbio Bersani e lo scilipotismo di ritorno
Ha detto e ripetuto che «la ruota deve girare», eppure Pier Luigi Bersani non sembra intenzionato a scendere dalla giostra politica. Promuove documenti congressuali e con l’intervista al Corriere di ieri ufficializza una linea che nessun dirigente del Pd s’azzardava neanche a ventilare: l’alleanza di governo con i cinquestelle scissionisti. «Il governo di cambiamento è ancora possibile», dice, caparbiamente, l’ex segretario. Non con Grillo, stavolta, ma con i grillini delusi. Cui si stanno abbarbicando tutti i personaggi del Pd in cerca d’autore. Un caso di scilipotismo di ritorno. Viste le tensioni che attraversano il Pdl, l’intervista potrebbe essere interpretata come un monito a Berlusconi: occhio, se rompi con Letta non avrai le elezioni ma un governo ostile. Eppure, non è così che il premier e i suoi l’hanno letta. «Bersani non ha certo voluto puntellare il governo, si sta solo posizionando in vista del congresso del Pd», dicono. E tutto sembra confermarlo. Alla sinistra di Renzi, infatti, si affollano sin d’ora tanti aspiranti king maker o candidati segretario e Bersani non intende subirne l’iniziativa. Così come il sindaco di Firenze, dunque, anche l’ex leader del Pd gioca la sua partita personale usando il governo Letta come utile sponda. Poi, certo, la scissione grillina ci sarà. Ma se il Pdl terrà i nervi saldi, nulla cambierà. Se invece dovesse rompere, Renzi punterebbe alle elezioni e Scelta civica rifiuterebbe di aderire a una maggioranza fondata su grillini comunque imprevedibili e vendoliani. Una maggioranza risicata; «prodiana», quasi. No, la formula del «governo di cambiamento» ha già mostrato tutti i propri limiti. Serve da monito, da spauracchio. Riproporla risponde ad altre esigenze o prelude ad analoga sorte.