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Costruite per vincere

IL LIBRO è uscito già da un po’, ma certe considerazioni sono validissime ancora oggi. Soprattutto negli anni in cui lo sport italiano si è scoperto femmina, tra vittorie prevalentemente in rosa a livello mondiale e addirittura una ministra dello sport come Josefa Idem, impegnata in altre e ben note vicende in questi giorni. Il libro è uscito negli Stati Uniti, si intitola ‘Built to win’, costruita per vincere, e il sottotitolo è abbastanza eloquente: “L’atleta donna come icona culturale‘. Le autrici sono Leslie Heywood e Shari L. Dworkin, che hanno condotto uno studio prima di arrivare a conclusioni per certi versi anche critiche, sul ruolo della donna atleta nella nostra cultura. Conclusioni che mi sembrano adatte anche alla nostra situazione. Scrivono le autrici: “Le donne sono ascese al ruolo di status-symbol in una cultura americana immersa nell’iper-consumismo, cultura mediatica e tardo capitalismo globale”. Il libro è destinato ad allenatori e appassionati, e combina “esperienze accademiche e vissute, essendo stato scritto da donne che sono state sia atlete che ricercatrici per tutta la vita”. Donne alle quali lo sport ha dato gli strumenti per prendersi le responsabilità, donne che non hanno difficoltà nell’ammettere che “quello dello sport è un mondo dove le risposte risiedono nell’ambiguità e nella contraddizione: benvenute in questo mondo, che non è una casa di bambole. Lo sport è grande per le donne, può contribuire a risolvere problemi sociali. Ma è vero anche che lo sport va meglio per alcune donne e meno bene per altre”. Il libro sfida gli stereotipi di genere, principalmente perché rifiuta l’idea che i due mondi, quello maschile e quello femminile, siano separati. “Ci sono donne capaci di confrontarsi in modo aggressivo dentro e fuori dal campo, che sanno prendersi le responsabilità al cospetto delle compagne di squadra, che sanno affrontare il conflitto in modo aperto e diretto. Altre sono passive e non vogliono mai né meriti, né responsabilità”, dicono ancora le autrici. Il punto sembra, in realtà, ancora una volta proprio il genere: ci sono ancora ripercussioni sociali nel comportarsi in modo più o meno ‘mascolino’, che può portare ad essere definite con termini offensivi.

Scrive Allison Lawrence, assistente allenatrice all’università del Montana: “Quello che amo di questo libro è che riesce a dare un senso a un confuso insieme di immagini, ideali del corpo, sessismo, razzismo, omofobia, ecc. Questo libro sottolinea le contraddizioni dell’identità e dell’esperienza delle nostre atlete. Dobbiamo combattere contro le regole di genere e la punizione sociale per chi si comporta, vive e si identifica al di fuori delle norme. Come allenatori, abbiamo la responsabilità di creare spazi dove i nostri atleti possano crescere e competere. Creiamo deliberatamente ostacoli durante gli allenamenti, per costruire atleti più forti. Ma la palestra non è un mondo sospeso nel vuoto. Dobbiamo insegnare anche a scoprire quali sono gli ostacoli che devono essere distrutti”.