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Velasco, il ponte tra i mondi

Dal Qs-Il Resto del Carlino in edicola oggi

L’UOMO che unisce i mondi finisce sempre per tornare a casa. Da Modena è iniziata la leggenda sportiva di Julio Velasco, a Modena domani sera si presenterà alla guida dell’Iran, paese «islamico, ma non arabo», lui che invece è argentino come papa Francesco. Al primo tecnico capace di vincere con le nazionali di due continenti nel volley, il ruolo di ponte culturale tra la terra degli Ayatollah e quella dei Papi calza a pennello. Anche se resta un allenatore di volley, che proverà a battere l’Italia dell’allievo Berruto nella World League in cui, da matricola, l’Iran ha già sconfitto la Serbia.
Velasco, torna a casa.
«Spero di non emozionarmi troppo, l’ultima volta qui da avversario non ero lucido e per colpa mia perdemmo 3-0. Spero anche che i miei giocatori non si facciano abbagliare, per loro l’Italia è un mito che non conosce la crisi».
Ha spiegato ai suoi che a Modena ha vinto quattro scudetti?
«Più che altro allo staff. La squadra l’ho portata a mangiare in un agriturismo vicino a casa mia, a Ponte Ronca, sulle colline bolognesi. Tra gli alberi in fiore, le lasagne e l’aceto balsamico, alla fine i ragazzi mi hanno chiesto: ma perché hai lasciato un posto così e sei venuto in Iran? Sono ingenui, ma veri. L’altro giorno c’era Cantagalli in tribuna durante l’allenamento, non sapevano chi fosse. Quando l’ho spiegato, si sono messi ad applaudirlo dal campo».
Che fa, ha rimpianti?
«Niente affatto, questa scelta mi ha ripagato tantissimo. E’ una bellissima esperienza umana. Quando stavo per decidere se rinnovare per altri due anni, il presidente della federvolley italiana Carlo Magri mi disse: se resti in Iran, organizzo una partita a Modena. E’ stato di parola».
Che cosa pensa della nazionale di Berruto?
«Che una squadra così forte sul piano fisico non l’avevo neanche io. Che il problema storico degli opposti mi sembra abbondantemente risolto, con Zaytsev e Vettori. E che non è vero, come sento dire da tanti, che i giovani non ci sono perché ormai pensano solo a guardare i video. Appena hanno dato la nazionale juniores a Bonitta, ha vinto l’Europeo. Il problema è più generale, l’Italia non è un paese per giovani, anche fuori dallo sport».
Perché?
«Perché ai giovani non si perdona niente, neanche gli identici errori che fanno i quarantenni. Temo che tutta l’Europa non capisca che la crisi che stiamo vivendo non è passeggera. E’ epocale. Chi saprà adattarsi meglio, soffrirà meno. Piaccia o no, le cose stanno cambiando».
Per esempio, c’è il primo Papa argentino.
«Non conosco Bergoglio di persona, ma alle mie figlie da quel giorno le amiche dicono: è strano sentire un Papa che parla come tuo padre. Quando l’hanno scelto, in Iran mi hanno fatto i complimenti. Da fuori si ha un’idea stereotipata di un paese nel quale in realtà ci sono anche tanti cattolici e una forte comunità ebraica. La nostra vittoria sulla Serbia ha completato un ciclo di feste, con le elezioni e la qualificazione della squadra di calcio ai mondiali».
E del caso Idem che cosa pensa?
«Che mi dispiace perché tifavo per lei. Ma mi stupisce una certa ingenuità, doveva saperlo che in quel ruolo l’avrebbero passata al microscopio».