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Lo zelante Grasso e il grillino inesperto

Un eccesso di zelo che ha rischiato di dare sostanza politica e immagine plastica alle pur stereotipate accuse grilline di presidenzialismo strisciante. E’ andata così. Nicola Morra, capogruppo dei senatori cinque stelle, esordisce in aula sostenendo che «a reggere questa maggioranza» sono Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano. Bon, nessuna reazione. Del resto, già altri, Letta compreso, avevano farcito i loro discorsi con riferimenti espliciti al capo dello Stato. Al sesto minuto del suo intervento, Morra, dunque, scandisce: «Ieri è intervenuto nel dibattito politico chi sta sul Colle…». Colle? Chi ha detto Colle? «Non sono ammessi riferimenti al capo dello Stato!», lo ammonisce il presidente del Senato, Pietro Grasso. Morra, preso in contropiede, resta per un istante basito. Sul volto di Grasso s’allarga quel sorriso che tutti ormai gli riconoscono; un sorriso sghembo, come ad alludere a una Verità superiore che è bene tacere ma che è doveroso ricordare. Grasso fa un gesto con la mano destra per sottolineare l’ovvietà di quel che sta sostenendo. Giorgio Napolitano? «Lasciamolo fuori da quest’aula», dice. Morra insiste: «Dicevo: il nostro presidente della Repubblica…». Grasso ribadisce: «L’ho invitata a lasciarlo perdere». Morra: «Lo cito…». Grasso: «Lei non può citarlo».
Ora, se Morra fosse stato uno di quei «politici di professione» che tanto dispiacciono all’universo grillino, avrebbe certo preso al balzo l’involontario assist. Una cosa tipo: «Fino a stamattina ritenevamo di vivere in una repubblica parlamentare che si sta pericolosamente torcendo verso un presidenzialismo di fatto, ma poiché è solo nelle dittature e nelle teocrazie che si vieta agli oppositori di pronunciare il nome del Presidente, Lei ha appena dimostrato che la realtà ha superato le nostre peggiori paure». Morra, però, non è un politico: insegna storia in un liceo. Perciò ha proseguito indefesso nel suo ragionamento.
Grillo sfotte («Ssstt… non nominare il Quirinale invano») e i blog grillini ci inzuppano il pane: «Quali regolamenti stabiliscono che il capo dello Stato non possa neppure essere menzionato nell’aula del Senato?». Nessuno, in effetti. E’ solo una prassi a tutela della separazione dei poteri e della terzietà del Quirinale. Una prassi che però richiede sensibilità politica da parte di chi vi si richiama. Grasso, invece, ha dato nuova prova della propria non comune abilità nel lancio del boomerang. E infatti ha poi dovuto precisare: «Mi dispiace, non intendevo censurare nessuno».
Poi, certo, i precedenti non mancano. Non mancano mai, i precedenti. Nel 2007, il presidente della Camera Fausto Bertinotti così frenò l’intemperanza di Teodoro Buontempo: «Come lei ben sa, le valutazioni del capo dello Stato non possono formare oggetto di sindacato da parte delle Camere». E Buontempo si zittì. Non si zittì invece Francesco Cossiga di fronte all’altolà del presidente del Senato Marcello Pera («la prego di evitare riferimenti, qualche volta per di più ironici, come in questo caso, al Presidente della Repubblica», che poi era Ciampi). Cossiga rispose così: «Ha ragione. Mi rendo perfettamente conto che non sono il senatore Sturzo e lei non è il presidente Merzagora, che, richiamato dal Quirinale per le critiche che Sturzo rivolgeva al Presidente della Repubblica, gli sbattè il telefono dicendo: “Questo è un libero Parlamento!”». Altra stoffa umana. Altra sensibilità politica.