Un eterno ed infinito ritorno
E dunque, rieccoci. Ancora qui a galleggiare in un tempo sospeso dove nulla può accadere prima che tutto accada. Ancora qui ad aspettare una sentenza da cui si dice dipenda la tenuta dell’intero sistema politico: il futuro del Paese nelle mani della sezione feriale di una Corte. Berlusconi si paragona a Craxi, mezzo Pdl è alle prese con la magistratura e come vent’anni fa il Quirinale cerca di governare il caos denunciando un problema e indicando una rotta. «Orrore — strillano i benpensanti — il Capo dello Stato travalica i suoi poteri!» I partiti annaspano, la sinistra cerca se stessa, incalzano gli outsider. C’è persino chi, alla disperata ricerca d’un simbolo che lo sorregga, ha il coraggio di impancarsi a difesa della «Costituzione più bella del mondo». Come nei primi anni Novanta, i politici traccheggiano sperando che passi la nottata senza rendersi conto che l’alba di un nuovo giorno è già sorta. E’ tutto un già visto, per certi versi una nemesi. Ed è ancor peggio di allora perché nel frattempo l’economia ha fatto della politica la propria ancella e la politica ha fatto dell’Europa la propria matrigna. Bel lavoro, ragazzi. Ma perché tutto ritorna sempre uguale? Perché nulla è cambiato nella sostanza. Nuovi musici suonano spartiti vecchi. La Seconda repubblica non è mai nata, un nuovo ordine non è mai stato costituito. Non si è riformato lo Stato, né si è deciso che ruolo debba avere. Non si sono riformate le istituzioni, e siamo ancora qui a domandarci se l’elezione diretta di chi governa possa rappresentare un vulnus democratico. Non è stata fatta la riforma della Giustizia, e ancora lamentiamo che i magistrati seguano logiche politiche, la Consulta s’atteggi a legislatore e una Corte possa cassarci l’avvenire pur di vincere a nome della categoria la ventennale battaglia contro un uomo. Quale Italia, quale Europa, quale economia, quali partiti sono domande inevase. E tutto è stato fanne tranne pacificare la nazione. Che non è una formula furbetta ad uso del Cavalier Imputato, ma una realtà storica che si tramanda dalle faide comunali e dopo fascisti e antifascisti, democratici e comunisti, berlusconiani e antiberlusconiani chissà in futuro dentro quale assurdo binomio ci incasellerà. Occorrerebbe un sano spirito costituente, una rifondazione nazionale. E invece leader e capicorrente sono tutti concentrati sul proprio particolare sperando di riuscire almeno a spostare un po’ più in là l’ora della pensione. Accade oggi, accadeva vent’anni fa. Non finirà bene e, avanti così, soprattutto non finirà.