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Addio a Benedetti, per vent’anni raccontò il Bologna

E’ morto a Bologna Ermanno Benedetti, per oltre 20 anni apprezzata firma di Stadio al seguito del Bologna calcio. Aveva 84 anni.

Giuseppe Tassi

Deh!, Ermanno, anche questa volta ci hai spiazzati tutti. Lasciandoci all’improvviso, hai preso in contropiede i tuoi colleghi di tante stagioni rossoblù. Ti piaceva farlo anche a Casteldebole e negli stadi di tutta Italia. Tu eri sempre un passo avanti, con un piede già dentro la notizia e noi arrancavamo alle tue spalle per non perdere una battuta.
Dentro il Bologna eri un’ istituzione, avevi confidenti, amici, sussurratori compiacenti. E a me, giovane virgulto del Resto del Carlino, non restava altro da fare che marcarti a uomo per scongiurare figuracce, per evitare un ”buco” già scritto.
Per mia fortuna non mi hai mai percepito come un collega-nemico, anzi avevi un atteggiamento paterno verso questo giovanotto paracadutato all’improvviso nell’universo del Bologna calcio. Abbiamo cominciato a fare coppia fissa a Casteldebole e poi in giro per l’Italia con l’amico fotografo Walter Lombardi, driver d’eccezione.
In quei lunghi percorsi in auto, seguendo un Bologna che scendeva e risaliva i campionati (A, B e C) come montagne russe, abbiamo imparato a conoscerci meglio. Ho sentito litanie su Colle Salvetti, il tuo paese di origine , sul tuo orgoglio livornese da esibire contro gli odiati pisani. Ti ho rivisto giovane cronista del Telegrafo al seguito di processi che hanno fatto epoca. Da quegli anni vissuti in trincea avevi ereditato il culto sacro della notizia, la smania dello scoop sempre rigorosamente esatto e documentato.
Trasferito a Bologna, nella redazione di Stadio popolata da mostri sacri come Bardelli, Biagi, Turrini e Bortolotti, autentici campioni della penna, non potevi far altro che far valere le tue qualità di reporter, di segugio dal fiuto eccezionale.
E così, direttore dopo direttore, sei rimasto incollato al Bologna per più di vent’anni, molti dei quali spesi anche in mia compagnia. Mi parlavi con orgoglio ed eccitazione dei tuoi anni giovanili, divisi fra giornale e amori, e della dimensione di felicità conquistata a Bologna con la tua Bruna, torinese, saggia, misurata ma anche dolce e teneramente vicina.
Insieme abbiamo visto il Bologna retrocedere per la prima volta in serie B nella tragica domenica di Ascoli, abbiamo vissuto i tempi cupi dell’era Fabretti, il singolare regno di Brizzi e Recchia, fino alla resurrezione del Bologna e al ritorno in serie A.
Ti ricordo esigente e ipercritico verso giocatori e dirigenti, la tua penna aveva tratti velenosi contro chi non ti portava rispetto. Ma hai sempre lavorato con scrupolo e assoluta onestà, nel nome di un ”giornalismo dei fatti” oggi sempre meno praticato.
Mi piace ricordare due episodi delle nostre dolci anabasi calcistiche, due situazioni molto diverse ma entrambe dai connotati poetici. Nell’ottobre 1981 subito dopo la morte del collega e amico Giulio Cesare Turrini, mio maestro e ispiratore, ci ritrovammo a tavola a Casertavecchia, tu, io e il collega Fausto Fortuzzi. In quella taverna, governata dall’odore penetrante di salumi indimenticabili, ripercoremmo insieme la storia di Giulio, gli episodi di una carriera fantastica, la sua appartata umanità. E come per magia, lui sembrò materializzarsi tra noi come un quarto commensale che non voleva perdersi quel bendiddio. Fu una sensazione bella e forte che condividemmo con Fausto anche negli anni a seguire ogni volta che si parlava di Turrini.
Il secondo episodio rimanda a una trasferta a Pescara con Stefano Biondi e un sarto bolognese di origine abruzzese. La sera, al ritorno, la macchina di Biondi prese a fare capricci e il cielo inclemente cominciò a scaricare neve. Ci ritrovammo a spingere in piena autostrada tu, io e il generoso sarto. Ricordo, Ermanno, le tue sopracciglia incorniciate da fiocchi di neve e il sarto premuroso a ripeterti: ”Non si congeli dottore, non si congeli”. Poi l’auto ripartì nella notte e ci ritrovammo al caldo felici come bambini che hanno ritrovato il tepore di casa. Buon viaggio, Ermanno, so già che non ti congelerai.