Berlusconi tra ragione e sentimento
La pancia e la testa, la ragione e il sentimento. Mai come nel fuoco di questa ipotetica crisi di governo, è nell’eterno binomio della natura umana che anche stavolta va cercata la via d’uscita all’impasse politico. «Nelle cose importanti la razionalità deve prevalere», dice il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. E lo dice sperando che razionale sia la determinazione finale di Silvio Berlusconi rispetto al governo Letta. E’ dunque alla ragione del Cavaliere che si appella chi — figlio, manager o colomba pidiellina che sia — ritiene che mandare all’aria il governo sarebbe un suicidio sia per il politico sia per l’imprenditore Berlusconi. Il quale, nota il ministro Gaetano Quagliariello, «con la testa sa di dover prendere atto della realtà, ma con la pancia asseconda chi lo istiga allo scontro».
E’ passato poco più di un anno da quando, dando voce a un’opinione allora largamente diffusa nel partito, Gianni Alemanno definì «irrazionale» e dunque «improponibile» la ricandidatura di Berlusconi. Ma ‘irrazionalmente’ Berlusconi poi si ricandidò, e mancò poco che vincesse le elezioni. Del resto, è nota la passione del Cavaliere per quello straordinario saggio sulla natura umana che è l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, «uno dei pochi libri che tengo sempre a portata di mano». Ma la follia di Erasmo è l’estrema razionalità dei visionari. «Perché nulla di grande si può interpretare senza la mia spinta», fa dire il filosofo olandese alla Follia in persona. E nella prefazione che scrisse editando l’opera nel ’93, Berlusconi ne rilancia la tesi fino a sostenere che «la vera genuina saggezza sta non in un atteggiamento razionale… ma nella lungimirante, visionaria ‘pazzia’». Quell’impeto grazie al quale, da Milano2 alla «discesa in campo» del ’94, potè realizzare ciò che agli altri appariva assurdo. O folle. E’ la logica degli «spiriti animali», che secondo l’economista Keynes più del calcolo e della ragione sono all’origine dei successi imprenditoriali. E in politica non è diverso, anche se le qualità necessarie per lasciare un segno non sono le stesse. Nel 2005, lo psicologo americano Philip Tetlock pubblicò un saggio dal titolo ‘Giudizio politico esperto: quanto è valido e come sappiamo se lo è’. Chiese a 284 illuminati ‘esperti’ di politica ed economia previsioni concrete sul medio periodo, e col senno del poi dimostrò che tirando ad indovinare avrebbero ottenuto risultati migliori. Perciò, se i neuroscienziati concordano ormai sul fatto che il messaggio politico efficace si rivolge ai sentimenti e non alla ragione, le qualità vitali della leadership in fondo sono tre: coraggio, intuizione e fortuna. La ragione c’entra poco. Perché, si rammaricava Amleto tra un dubbio e l’altro, «la volontà e il destino hanno vie differenti e sempre i nostri calcoli sono buttati all’aria».
C’è però un problema: Berlusconi non crede nel destino («volere è potere», è la sua massima preferita) ed è avulso da quella «coscienza del tragico» che secondo il padre della sociologia Max Weber è un elemento imprescindibile «dell’agire politico». E’ un vincente, e nella sconfitta non scorge alcuna «nobiltà». Perciò Confalonieri e soci sperano che più del conflitto possano gli interessi. Più dell’istinto ferino del leone trafitto, il lucido calcolo dell’imprenditore di successo. «Mi potrei definire un sentimentale che agisce con razionalità», disse in un’intervista di fine anni Ottanta. E a quella razionalità si appella oggi chi ritiene che di tutto Berlusconi, il centrodestra e il Paese abbiano bisogno tranne che di una cavalcata sfrenata in territori ignoti al fianco della sola Follia.