Tutti contro tutti
Sono dunque saltati i freni, la guerra è totale e il premier Enrico Letta si trova stretto tra un Pdl furioso impegnato a salvare il non più salvabile soldato Berlusconi, un Renzi che non perde occasione per sottolineare i limiti del governo, un Pd che soffia sul fuoco dell’antiberlusconismo pensando alla propria resa dei conti interna e un’Europa cui non tornano i conti pubblici italiani. Il governo s’è infatti accorto che, se vuole evitare manovre aggiuntive o sforare i parametri di Maastricht, dovrà rivedere gli impegni presi da qui a fine anno e, forse, spostare al 2014 alcune misure incautamente anticipate al 2013. Le previsioni eccessivamente ottimistiche sul Pil e l’aumento dei tassi di interesse hanno infatti scombussolato i conti. Ma i partiti della maggioranza pensano a tutt’altro e lo stesso Letta fa finta che il problema non sussista. Emblematico il Pd, che s’accoda ai grillini nel chiedere il voto palese quando l’aula del Senato dovrà esprimersi sulla decadenza di Berlusconi da parlamentare. Un segno di debolezza politica e di scarsa fiducia nei propri eletti. Una prospettiva peraltro irrealizzabile, salvo voler modificare il regolamento del Senato (che in casi del genere tutela le coscienze dei parlamentari prevedendo, appunto, il voto segreto) a colpi di maggioranza: ovvero, costituendo una nuova maggioranza con Lega e M5s, attualmente all’opposizione, e senza più il Pdl. Chiaro che se uno scenario del genere si realizzasse il governo cadrebbe all’istante. Il nervosismo è alle stelle, e l’approssimarsi del voto della Giunta per le elezioni previsto per mercoledì contribuirà a tendere ulteriormente gli animi. Condizione ideale per i ‘falchi’ di Pdl e Pd, già proiettati verso elezioni anticipate alla prossima primavera. Fa dunque uno strano effetto pensare che da oggi a martedì i 35 ‘saggi’ nominati dal Quirinale si chiuderanno in un albergo abruzzese per stendere il testo della grande riforma istituzionale mentre attorno a loro divampa l’incendio politico. Quando ne riemergeranno, chi mai si prenderà la briga di valutare il loro lavoro e con quali esiti? Nelle intenzioni di Giorgio Napolitano, l’armonico e silenzioso operare dei ‘saggi’ avrebbe dovuto essere d’esempio per i partiti. Mai intenzione si rivelò più frustrata.