Sospetti fondati
Alla vigilia di una settimana decisiva in cui il governo dovrà necessariemente trovare i soldi per evitare l’aumento dell’Iva, tra Pd e Pdl è scoccata l’ora dei sospetti. Raccontano che durante il vertice di giovedì notte a Palazzo Grazioli, non solo Matteoli, ma anche il vicepremier Alfano e i capigruppo Schifani e Brunetta abbiano detto a Berlusconi che del Pd non ci si può fidare: ciascuno ha citato esempi tratti dalla propria esperienza diretta; tutti hanno concluso che, Letta a parte, ogni capocorrente democratico cercherà di far precipitare la situazione per tornare al più presto al voto. Perciò, quando l’avvocato Ghedini ha sostenuto che, decadenza o meno, Berlusconi sarebbe candidabile fino a febbraio, tutti hanno preso nota con grande attenzione. Anche se pochi hanno capito su cosa fondasse la convinzione del ‘giurista’. In casa Pd, il sospetto è ormai ufficiale. «Non siamo disponibili a rivivere il bis del governo Monti», ha detto Guglielmo Epifani. Accusando così il Pdl di voler tenere in vita il governo solo il tempo necessario per andare al voto nelle condizioni più propizie. Il segretario ha parlato a margine dell’assemblea con cui i democratici dovranno darsi tempi e regole congressuali. Ed è chiaro che una vittoria di Renzi al congresso mal si concilierebbe con l’ambizione di Letta di scavallare il 2014 nel ruolo di premier. Ad occhio e croce, tutti i sospetti hanno un fondamento: quelli del Pdl nei confronti del Pd, quelli del Pd nei confronti del Pdl. Nel mezzo si trova Enrico Letta. Che assieme al Quirinale leva accorati appelli ai suoi rissosi alleati affinché depongano le asce di guerra e tornino ad occuparsi del bene comune. Discorsi di difficile presa su partiti così evidentemente avvinti da calcoli particolari. Discorsi che certo sarebbero più ascoltati se il governo potesse esibire successi incontrovertibili. Invece annaspa. Nelle pieghe di un bilancio pubblico da quasi 800 miliardi, fatica a trovare il miliardo necessario ad evitare l’aumento dell’Iva da qui a fine anno. Certo, come ha detto Letta l’«instabilità pesa», ma la verità è che il governo ha fondato le sue speranze di ripresa economica quasi esclusivamente su due fattori esterni: i tassi di interesse, la benevolenza della Germania dopo le elezioni di domani. La prima speranza si è rivelata minimale, è probabile che la seconda si riveli vana.