Euro-compact
Il consolidamento del fiscal compact, orfano di Repubblica Ceca e Regno Unito, ha sancito lunedì la realtà di uno sdoppiamento istituzionale. A fronte del naufragio del paradigma della moderazione, l’Europa si moltiplica in nuovi cloni di se stessa, rivelando una natura divisa dal conflitto tra capitalismi radicalmente opposti.
Se da tempo si parla di un continente a due velocità, sottolineando la complessa opposizione tra economie deboli e forti, una periferia ingombrante come la Gran Bretagna non manca di destare qualche preoccupazione. D’altronde il divorzio di Cameron non stupisce, ben allineandosi all’“unionismo utilitaristico” di un paese da sempre troppo nostalgico di antichi imperialismi per accettare una nuova mano sui destini dell’Eurasia. “La Gran Bretagna è nell’Unione Europea perchè è utile per il lavoro britannico, per gli investimenti britannici, per gli scambi britannici. Siamo commercianti e abbiamo bisogno di mercati aperti”, dichiarava Cameron sul Sole 24 ore qualche tempo fa, sembrando dimenticare che il Commonwealth detiene ancora una fama a livello globale principalmente grazie al cricket.
L’apparente incongruenza potrebbe risolversi in un problema di interpretazione linguistica: se non più i grandi commercianti di un tempo, gli inglesi sono sicuramente i principali traders. Roccaforte del greed borsistico, la Gran Bretagna ha da tempo deindustrializzato il sistema per votarlo in misura integrale al settore finanziario. Nonostante la City rappresenti oggi uno dei centri nevralgici della finanza planetaria, i risultati di questo primato sul benessere complessivo non sembrano esser stati altrettanto desiderabili. Crescenti problematiche di povertà e disagio sociale, di cui le proteste dei Riots costituiscono cristallina manifestazione, il fregio del titolo di primo paese OECD per incremento della disuguaglianza (dati 2011) e un’uscita dalla prima fase della crisi tutt’altro che brillante suggeriscono come la business ethics all’inglese non rappresenti uno di quegli assiomi da difendere a costo della vita. O a prezzo di una definitiva esclusione dai destini dell’Euro.
Come in molti hanno sostenuto, forse non è giusto che il David britannico si pieghi ai surrogati intergovernativi del Golia tedesco senza i vantaggi di una vera solidarietà. E di problematiche l’accordo non ne è esente, in primis per il fatto di non cambiare molto a livello fattivo, affiancato da un potenziamento della governance preventiva e risolutiva solo abbozzato all’interno del six-pack. Seppur in prospettiva ancora futuristica, la firma del trattato non manca però di ispirare un’idea di maggiore coesione, che possa aprire un varco all’ipotesi Eurobond. Così ha suggerito la consegna di un primo simbolico titolo comunitario al Consiglio da parte del sindacato belga, voce di una rappresentanza cui, diversamente da molti altri paesi, in Germania si presta ancora ascolto.
Inoltre, se solidarietà in inglese di traduce con diritto di veto sulla riforma del sistema finanziario, almeno su questo punto il continente ha confermato di parlare già un’altra lingua.
Maastricht 2.0 riuscirà a trasformare Italia e Spagna in una Germania mediterranea? Il raggiungimento dell’intesa sui temi della crescita e dell’occupazione fa respirare la speranza che, anche se al prezzo dell’inasprimento del dogma merkeliano, il capitalismo cooperativistico tedesco, fondato sul welfare e sull’interdipendenza tra banca, impresa e sindacato, possa diventare un giorno una risorsa acquistabile a livello comunitario. Un modello virtuoso, che non solo ha permesso oggi alla Germania di riportare una disoccupazione al minimo e una sostanziale tenuta alla crisi, ma che in passato ha rappresentato il principale strumento per la rinascita dalle ceneri di un paese sconfitto.