A che gioco giochiamo?

Sacchi scopre il pentolone dell’omertà

Quando lavoravo a Milano ho seguito Arrigo Sacchi passo passo, prima durante l'avventura al Milan poi in Nazionale fino a quella disgraziata finale di Pasadena. Ho visto come lavorava sul campo, come gestiva il gruppo, abbiamo parlato centinaia di volte, in conferenza stampa ma anche fuori dalle occasioni ufficiali. E pur riconoscendo i suoi straordinari risultati, pur mantenendo sempre rapporti professionali corretti, non mi sono mai sentita in sintonia con lui. Probabilmente la colpa era dei leccapiedi berlusconiani in servizio permanente, che lo veneravano come un profeta rendendolo molto più stucchevole di quanto non fosse. Il resto lo ha fatto la sua filosofia radicale, a volte esasperata, spesso contraddittoria, che di solito sintetizzo con un assunto storico pronunciato davanti al camino di Milanello alla vigilia di una partita di Champions League: "Nell'economia del collettivo, Lantignotti vale Gullit". In compenso Arrigo è stato una vera manna per noi giornalisti: bastava che aprisse bocca e avevi il titolo assicurato.
Vedo che l'uomo mantiene quest'ultima qualità anche da pensionato e la lunga premessa qua sopra era per spiegare che mai e poi mai avrei pensato di ritrovarmi, un giorno, a doverlo difendere. Tantomeno dall'accusa di razzismo. Di sicuro non è una frase felice, quella che l'ex cittì si è lasciato scappare l'altro giorno alla finale del Torneo di Viareggio: "Mi viene da dire che ci sono troppi giocatori di colore in Italia, anche nelle squadre Primavera". Ma fa parte di un malcostume, tipicamente italiano, che contagia molti personaggi pubblici in tutti i settori della vita sociale: anche sugli argomenti più delicati uno spara la prima cosa che gli viene in mente, per distrazione o ancora peggio perchè crede di essere spiritoso, e di solito alla fine viene perdonato. Certo, non ti aspetteresti che a farlo sia proprio colui che da una vita accusa questo Paese di non avere cultura sportiva e di vivere il calcio come un fenomeno di isteria collettiva, nel bene e nel male. Ma è la nemesi, bellezza, Sacchi paga anche certe sue prese di posizione e anche per queste difficilmente sarà perdonato.
In realtà dargli del razzista è un modo per sfogare l'invidia covata da anni, in alcuni casi. In altri il metodo migliore per proteggere i propri interessi. In altri ancora l'occasione per finire in prima pagina. La conferma viene dagli accusatori: si va dal grande capo della Fifa, Blatter, a ex giocatori scomparsi nel nulla. Passando per faccendieri, dirigenti e simili che con i giovani stranieri si arricchiscono, il più delle volte fregandosene del loro valore reale e di quale futuro li aspetti nel nostro Paese dopo averceli portati sull'onda dell'illusione.
Sacchi si è spiegato male usando parole sbagliate, ma nella sostanza ha perfettamente ragione: la crisi del calcio italiano si deve soprattutto agli stranieri, il cui numero risulta inversamente proporzionale alla qualità. E la sua frase dovrebbe sì produrre effetti choccanti, ma nel senso di bonificare un ambiente sempre più infestato da falso perbenismo e diffusa omertà.

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