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IDEE / La scimmia di Gabbani e quella di Al Bano

in Musica, TV

Ci sono tante cose da appuntare dopo questo Sanremo 2017. Su tutte un inchino. Francesco Gabbani, appena dopo aver capito di aver vinto con Occidentali's Karma, si inginocchia davanti a Fiorella Mannoia - seconda classificata - e le chiede scusa. Più volte, letteralmente, platealmente: scusa.

Impossibile, in quel momento, non ricordare quando tutto questo è cominciato. Questa osmosi ormai irreversibile (certificata quest'anno dalla presenza di Maria De Filippi), tra i talent show e il Festival della Canzone Italiana: 67 anni di storia, da Gigliola Cinquetti ad Arisa. All'inizio non fu facile: era il 2009 quando Marco Carta passò direttamente da Amici al palco dell'Ariston e vinse, furono polemiche. Ma l'anno dopo fece la stessa cosa Valerio Scanu, e poi arrivarono Emma Marrone, Marco Mengoni, Il Volo... Limitandoci ai vincitori, e senza contare i partecipanti: 9 su 22 soltanto quest'anno, approdati tra i 'big' sulla fiducia, da schermo a schermo, spesso senza aver fatto un disco o un concerto.

Cambia qualcosa? Molto, ma è troppo complicato affrontarlo qui. L'argomento poi, visto il pubblico che hanno i talent, è ormai diventato banalmente retrò. Ma un tema c'è, ed è comportamentale. Marco Carta: nel 2009 vinse il Festival e si coprì le mani col volto, concentrato su se stesso. Valerio Scanu l'anno dopo rimase immobile, impassibile, annoiato, in attesa di ricantare. Il Volo, 2015, primi davanti a Nek: grandi salti, segno di vittoria e un cinque a due mani al secondo, alla pari. Sfiga, tocca a noi, ma sei un grande.

Sembrava che il Festival, con la sua storia costellata di Mina, Modugno, Villa, Zucchero, Zanicchi, Pausini, ormai non esistesse più. Una gara come un'altra, soltanto con più fiori, e tutto quel tempo perso a ripetere i nomi degli autori. Poi Francesco Gabbani ha chiesto scusa. E il giorno dopo ai giornali ha spiegato: "l'ho fatto in segno di rispetto, ancora mi sembra incredibile aver condiviso il palco con lei". Chiaro il concetto, che non riguarda la Mannoia in sé, ma l'essere 'Big'. Gabbani ci arriva per aver vinto l'anno prima la sezione Giovani: quando la norma venne introdotta nelle regole del Festival, lontani anni luce i tempi attuali, sembrò un'eresia. Ma non è forse un minimo di sacralità che salverà il Festival?

E poi c'è Bano. Al, per gli amici. Quindici Festival in carriera, al pari con Toto Cutugno. Bano dormiva quando l'hanno escluso. E' stato svegliato con l'annuncio - racconta lui stesso - e non l'ha presa benissimo: "Ma può essere che solo tutti i brani dei giovani talent siano bellissimi?".  Rieccolo, allora, il problema generazionale. L'eterna lotta tra la storia della musica italiana (che Al abbia contribuito a scriverla è innegabile) e il futuro di quella attuale; tra il bello estetico e un cappello panamense; tra milioni di sms per il televoto e un tizio che da solo, coi suoi stadi pieni in Russia e Uzbekistan, ripaga la baracca dell'Eurovisione.

Non che non si somiglino, di più.

Sono due momenti storici dello stesso personaggio. Nazionalpopolare, romantico, immortale. E in mezzo c'è il Tempo, che da sempre prima supera e poi ripropone. Lo stesso, a pensarci, ha fatto con la scimmia di Gabbani, che già fu il cilindro e l'ukulele di Rino Gaetano (ovazioni al Festival del 1978). Perché la canzone ironica è tradizionale a Sanremo al pari della rima cuore/amore. In più oggi è utile più che mai, poiché sa dare una lezione ai 'Big' di oggi. Così orientati sull'ugola, così attenti alla pelle, all'emozione. Ha capito tutto invece Francesco Gabbani. Che ha scritto una canzone intelligente in salsa spensierata, ha fatto ballare tutti sulle sedie fin dal primo momento e ha saputo intrattenere con la sua mimica... e la sua scimmia. Scorciatorie? Non più dei testi amorosi dei figli dei talent, o dello stesso Al Bano. Originale? Neppure per sogno. Semplicemente ben orchestrata. Un mix di forma e contenuto, di concetto e tunze-tunze, di scimmia e composizione. Per questo ha vinto meritatamente. E dico: le scuole tv, con tutte quelle prove, i sacrifici, i visagisti, i maestri d'avanspettacolo, i guru del televoto, non la insegnano questa banalità?