Thailandia, l’Apocalisse del 2004. E ogni giorno il terrore di riviverla

Esteri

11 aprile 2012
Uscii dall'Airbus nel bollore di Phuket e fu come scendere all'inferno. Era il 28 dicembre 2004, giornali e tv titolavano "Apocalisse nell'oceano Indiano" e mandavano  i loro inviati in Thailandia e nello Sri Lanka.  Il terremoto del 26 dicembre 2004  era stato di magnitudo pari a 9,3 della scala Richter, il più violento mai registrato dopo quello Cileno del 22 maggio 1960,  di magnitudo 9,5. Più violento, ma non di molto, di quello di magnitudo 8,7 che ha colpito oggi lo stesso punto, la stessa faglia a ovest di Sumatra  che i geologi chiamano "zona di subduzione" tra la placca Indo-Australiana e la placca di Burma. Partimmo sapendo che c'erano migliaia di dispersi, e quando arrivammo a Phuket e vedemmo l'Apocalisse con i nostri occhi, capimmo che molti non potevano essere sopravvissuti. Si contavano i morti a migliaia ma il bilancio finale fu ancora più spaventoso:  230mila vittime, 40 delle quali italiane. 

A Phuket Town avevano tirato su una tendopoli d'emergenza nel grande spiazzo del governatorato dell'isola, le prime informazioni le avemmo da ragazzini che avevano scritto sulle magliette "Traduttore italiano".  C'erano soldati in divisa, poliziotti, crocerossine, infermiere, medici, ma soprattutto c'erano loro, gli abitanti di Phuket, soprattutto i giovani. Leggo il pezzo di allora: "A migliaia si sono rimboccati le maniche per salvare il salvabile in questa immane tragedia, per far sì che quell’ondata infernale, oltre ai loro sogni, non si sia portata via anche le loro speranze. In 24 ore questo esercito brulicante di volontari ha messo in piedi un’incredibile tendopoli internazionale mettendo insieme non "interpreti", ma tutti quelli che sapevano una parola in più in una lingua diversa dal thai, che non sono molti. C’è una fila interminabile di banchini e ognuno è sovrastato da un foglio bianco con una scritta a pennarello nero: Uk, Usa, Finlandia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Francia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Nuova Zelanda, Malaysia, Canada, e via a perdita d’occhio come fosse la piccola Onu dei poveri e della tragedia. Ma sotto il foglio con scritto Italy sono accorsi anche italiani veri a dare una mano.... Un colpo d'occhio impressionante,  migliaia di persone corrono da una parte all’altra della tendopoli. Chi trasporta carrelli di acqua e vivande, chi frigoriferi, chi pentole piene di riso bollente, chi vestiti. Vestiti, certo. Di ogni genere, magliette, pantaloni lunghi e corti, maglioni, camicie, mutande, calze, scarpe di tutte le misure. Sì, perché a centinaia qui sono arrivati con indosso solo il costume da bagno. Erano nudi, sconvolti, increduli. Niente passaporto, niente carte di credito: per un occidentale è quasi una crisi d’identità. Potersi infilare una Lacoste un po’ sgualcita e un paio di Bermuda è stato come ricominciare a respirare dopo una maledetta apnea. Qualcuno riesce perfino a sorridere di fronte alla camicia che gli sta stretta, mentre nugoli di fanciulle offrono bibite ghiacciate e gelati. Il popolo di Phuket che veste e rifocilla i danarosi villeggianti, chi l’avrebbe detto. Cose che succedono quando i terremoti fanno tremare ricchi e poveri senza distinzione". 

Ricordo che al secondo piano della palazzina adibita a unità di crisi,  c'era un grande tavolone dove sedevano i rappresentanti ufficiali dei governi. Gli americani e gli inglesi avevano anche le bandierine, gli italiani neppure un computer portatile, tanto che la dottoressa Sabina Santarossa, capo del piccolo staff consolare paracadutato da Bangkok, aveva il suo daffare per cercare di tenere aggiornate le liste dei morti, dei dispersi, dei feriti, in un via vai di parenti e amici che portavano notizie confuse e contraddittorie. Ricordo i tabelloni con centinaia di foto di persone "missing", c'erano anche i volti sorridenti di tanti bambini inglesi, svedesi, tedeschi, austriaci, italiani.

Ricordo il Sarasin Bridge, il ponte che unisce Phuket alla terraferma. Oltre c'era Kaolak , una delle zone più devastate. Oltrepassare quel ponte era come salire sulla barca di Caronte. "Volete vedere i corpi? Go, go" facevano segno i poliziotti. E ti trovavi in uno stadio,  in mezzo a cataste di morti. Morti neri, gonfiati dall’acqua, qualcuno con le mani protese verso il cielo come avesse voluto chiedere pietà nell’ultimo istante di coscienza.  Ma non c'era stata pietà per questa gente nel  golfo di Kaolak, l'Eden dei turisti.  "E’ un golfo immenso - scrivevo - non c’è nessuna isola davanti, nessuna protezione, nessuna possibilità che l’onda potesse smaltire anche in parte la sua potenza. E’ arrivata a 500 all’ora, enorme, alta forse otto metri dopo aver risucchiato il mare per cinquanta, cento metri, tanto da scoprire quelle conchiglie enormi che hanno attratto frotte di curiosi condannandoli a morte certa quando in un attimo è arrivata quella massa d’acqua apocalittica. Ci sono auto conficcate nelle case come assurde frecce anche a centinaia e centinaia di metri dal mare. Ci sono albeghi sventrati fino ai secondi piani come fossero stati di cartapesta. Ci sono palme secolari letteralmente sbriciolate e camioncini scaraventati sui tetti come proiettili. Non ci sono che macerie, solo macerie, nient’altro che macerie".

Una tragedia immane, e come in ogni tragedia, tante storie. C'erano i ragazzi elbani dati per morti e ritrovati sani e salvi. C'era Olinto Barletta, un imprenditore emigrato in Thailandia che girava con un tricolore sull'auto cercando italiani da aiutare. C'erano le ragazze dei night club che pochi giorni dopo aver pianto un loro congiunto tornavano a lavorare a Patong Beach in una Phuket che voleva disperatamente tornare a vivere.  

Era lil 2004, l'anno dello tsunami. E per questo che oggi la gente in Thailandia, in India, nello Sri Lanka, nelle Andamane trema ogni volta che qualcuno pronuncia la parola terremoto.  E prega di non veder mai più un'altra Grande Onda come quella di otto anni fa.