La tribù del basket

Le “teste quadre” sull’Everest

Abbiamo scalato l’Everest. Senza le bombole e con poco ossigeno. L’abbiamo scalato a mani nude. Ma con tanto cuore e con l’immenso orgoglio di chi è fiero di essere una <testa quadra>. Siamo caduti e ci siamo rialzati. Abbiamo camminato lungo sentieri stretti e ci siamo arrampicati sopra burroni profondi. Facendo finta di non guardare sotto di noi. Ci siamo sbucciati i polsi, le caviglie e le ginocchia. Siamo passati attraverso le tempeste. Non ci siamo mai arresi. Mai. E, alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati lassù, sull’Everest dei canestri. Abbiamo piantato la bandiera biancorossa sulla cima e, guardandoci attorno per ammirare un panorama da togliere il fiato e da far battere forte il cuore, abbiamo, finalmente, pianto di gioia.
Ci sono voluti 40 anni per arrivare lassù. E, in questi 40 anni, tutti comunque bellissimi, la Pallacanestro Reggiana è stata una fedele compagna di viaggio di tutta la città. L’abbiamo scalato tutti insieme, l’Everest. L’abbiamo scalato con Dado Lombardi, Roosevelt Bouie, Bob Morse, Orazio Rustichelli e Piero Montecchi. E, anche, con Giovanni Grattoni, Gianluca Basile, Joe Bryant, Tony Brown. L’abbiamo scalato con Virginio Bernardi, Giordano Consolini, Franco Marcelletti e Fabrizio Frates. L’abbiamo scalato con Gianluca Basile, Angelo Reale, Yann Bonato, Diego Pastori, Sandro Dell’Agnello e Nicolò Melli. L’abbiamo scalato con Mike Reddick, Terrel McIntyre e Alvin Young. L’abbiamo scalato con tanti altri amici che, ora, magari, non ci vengono in mente ma sono, sempre e comunque, nel nostro cuore. Abbiamo scalato l’Everest, senza bombole, e mentre salivamo, faticosamente ma con grande determinazione, abbiamo visto qualche compagno di viaggio salutarci con il sorriso sulle labbra. Ma ieri, lì, in tribuna, erano tutti presenti, al nostro fianco. C’era Mike Mitchell, c’era Pino Brumatti, c’era Doriano Chierici, c’era Leo Casoli, c’era Chiarino Cimurri, c’era Elio Monducci, c’era Jerry Ferrari: tutti felici come noi. Abbiamo scalato l’Everest, a mani nude e con l’orgoglio delle nostre <teste quadre>, grazie a Stefano Landi. Perché senza di lui, tutto questo non sarebbe mai stato possibile. Sappia che la sua felicità è la felicità di tutta una città che ieri ha invaso Bologna. E che gliene saremo grati in eterno. Abbiamo scalato l’Everest e abbiamo toccato il cielo con un dito. E’ stato un viaggio lunghissimo e bellissimo. E, accidenti, ne valeva proprio la pena…

 

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