L'Oriente vicino

Il Califfo in ritirata chiama alla guerra totale. L’analista Ely Karmon: i grandi attentati in Occidente nascono dai rovesci militari in Iraq e Siria.

ELY KARMON ANALISTA E RICERCATORE

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Lorenzo Bianchi

Alla vigilia della caduta di Ramadi, la capitale della provincia irachena di al Anbar conquistata dall’esercito di Bagdad il 28 dicembre, il Califfo tornò a farsi sentire dopo sette mesi di silenzio con un messaggio audio di 24 minuti. Promise agli israeliani che la Palestina sarebbe stata “il loro cimitero”. Ma la parte più importante era la chiamata alla jihad planetaria. “Siate fiduciosi – era il nucleo centrale dell’appello –che Allah concederà la vittoria a quanti lo pregano e ricevete la buona notizia che il nostro stato se la sta cavando bene. Più intensa è la guerra che gli viene mossa, più diventa puro e forte”. Il monito arrivava alla fine di una serie di rovesci militari.

Ely Karmon, il massimo esperto israeliano di strategie antiterrorismo, ricercatore senior all’Istituto di Controterrorismo di Herzliyah, calcola che all’epoca il sedicente Califfo Abu Bakr al Baghdadi “aveva perso il 20-25 per cento del suo territorio e gran parte delle risorse petrolifere”. La via del contrabbando attraverso la Turchia si è chiusa. “Il processo – spiega Karmon – era cominciato alla fine del 2014. I curdi hanno cominciato allora a ricevere l’appoggio americano sia in Siria sia in Iraq. La Turchia è stata obbligata a chiudere la frontiera e a lottare contro l’Isis.

La fine del 2015 coincide con l’inizio della stagione dei grandi attentati: prima ad Ankara (103 vittime, il 10 ottobre) poi a Beirut sud (43 caduti il 12 novembre) e infine a Parigi (130 morti il 13 novembre). Così è cominciata la strategia di colpire i nemici a casa loro”. A conferma della sua ricostruzione l’analista israeliano cita la circostanza negli atti delle indagini è rimasta traccia della circostanza che i jihadisti del commando di Parigi, cittadini belgi e francesi, siano stati manovrati dall’estero: “Due mesi dopo si è scoperto che Abdelhamid Abaooud era stato in Ungheria e in Austria e che si era incontrato con due migranti, di fatto i capi delle cellule di Parigi e di Bruxelles che non sono mai stati identificati”. Il messaggio del sedicente Califfo continua a fare presa sulle giovani generazioni di famiglie immigrate da Paesi musulmani.

“Ci sono – elenca l’analista israeliano – persone che hanno problemi di identità. Altre considerano una grande vittoria dei musulmani l’essere riusciti a combattere così a lungo gli ‘infedeli’ del regime di Damasco e quelli dell’Arabia Saudita. Per qualcuno è la realizzazione di un islam ideale del futuro”.  I messaggi spuntati sulla rete confermano che i pesci jihadisti hanno numerosi fiancheggiatori.

E’ nato l’hashtag Brusselsonfire. Abu Maouedh al Qayrawani, un tunisino, twitta: “I leoni di Bruxelles vi dicono: lasciate libero Salah, questo è il negoziato dello Stato Islamico”. “Estremista”, altro blogger, scrive: “Le esplosioni di Bruxelles sono solo una piccola parte del caro conto che gli adoratori della croce (i cristiani) dovranno pagare”.

Karmon sciorina le cifre: “Cinquecento belgi sono andati a combattere in Siria, cento sono tornati. Dalla Francia sono partiti per la stessa destinazione in 1800, diverse centinaia sono rientrati. Poi ci sono i non identificati. In ogni caso è un problema controllare tutta questa gente. La Francia ha deciso di assumere 2800 poliziotti, ma per preparare e addestrare i poliziotti e gli agenti dei servizi di sicurezza occorrerà tempo. Lo stesso discorso vale per il Belgio. E le comunità musulmane dovranno decidersi a cooperare con le autorità invece di nascondere i latitanti, come è successo con Salah Abdeslam”.

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